Lettera al teologo Küng

Caro Hans


Pubblichiamo la lettera aperta al teologo svizzero scritta dal suo primo editore in Italia.
 

di Pier Giordano Cabra

Caro Hans, leggendo la tua lettera ai vescovi mi sono sentito d'accordo quando scrivi:  "Se oggi in questa o in quella diocesi o comunità i parrocchiani disertano la messa, se l'opera pastorale risulta inefficace, se manca l'apertura verso i problemi e i mali del mondo, se la cooperazione ecumenica si riduce a un minimo, non si possono scaricare tutte le colpe su Roma. Tutti, dal vescovo al prete e al laico, devono impegnarsi per il rinnovamento della Chiesa nel proprio  ambiente  di  vita,  piccolo  o  grande che sia".
Qui trovo presente la coscienza del senso della complessità dei problemi, a partire dal non univoco concetto di "rinnovamento" della Chiesa.
Il rinnovamento è stato infatti inteso in questi anni in molti modi, secondo le preferenze personali e culturali, partendo da quella del cambio delle strutture a quella della conversione personale e comunitaria.
Dal resto della tua lettera mi pare che l'attenzione sia posta prevalentemente se non esclusivamente sulle riforme "strutturali". Mi sarebbe piaciuto trovare anche un cenno allo scandalo della Croce che rimane, dopo che tutti gli altri scandali sono stati tolti, quindi alla serietà della sequela di Cristo, sempre scandalosa, dell'amore di Dio da vivere e da diffondere spesso controcorrente, alla necessità della penitenza e dell'umiltà.
Sarà solo un'azione di ingegneria ecclesiastica che  risolve  il  problema  della  testimonianza cristiana?
E poi:  perché, proprio in nome della complessità, non rendere omaggio a Chi porta avanti il rinnovamento evangelico dei cuori prima e a preferenza di quello delle strutture?
C'è inoltre una questione di stile, che tradisce la sostanza, cioè il misconoscimento del primato della carità, o della carità nella veracità:  "Se non ho la carità, sono un bronzo che rimbomba", dirà proprio Paolo nella prima lettera ai Corinzi.
La carità è magnanima, è benevola:  bisogna leggere tutto l'inno alla carità, che è il programma della ecclesia patiens, della casta meretrix, capace di rinnovarsi e di superare tutte le bufere, perché "dove c'è carità e amore, lì c'è Dio".
Necessaria la veracità, ma "la più grande di tutte è la carità" (1 Corinzi, 13, 13), che riconosce generosamente il lavoro altrui, che non oppone né divide, che non maggiora le colpe, che è consapevole che ogni profezia è imperfetta.
Forse se la tua lettera avesse respirato un poco di più l'inno alla carità, sarebbe risultata un augurio più elegantemente evangelico all'antico Collega, in occasione dei suoi anniversari, e un contributo più fruttuoso per la Chiesa che sta soffrendo per le debolezze dei suoi figli.
Spero di non aver mancato di carità nel dirti questo, perché senza la carità non sarei nulla.
Mi dispiacerebbe essere considerato un pio ecclesiastico che fa pie considerazioni su affari seri, perché allora bisognerebbe distinguere tra i testi del Nuovo Testamento quelli destinati alle persone pie e quelli destinati alle persone serie.
Non considerandomi persona particolarmente pia o seria, chiedo la comprensione della tua carità.  Sempre  con  stima  per  il  tuo  imponente lavoro.



(©L'Osservatore Romano 23 aprile 2010)
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