Le vocazioni in un tempo difficile

Chiamati a vivere il Vangelo


Tutti siamo chiamati a prendere in mano la nostra vita per renderla significativa e felice. È una vocazione che precede la nostra esistenza e si delinea alla nascita. A questa chiamata comune all'umanità intera e che non è oggetto di trattativa ma pura gratuità, per ogni cristiano si aggiunge la chiamata a vivere secondo il Vangelo e, per una minoranza tra i battezzati, l'invito a dedicarsi pienamente a Dio e alla diffusione della sua Parola, senza risparmio di energie. È un modo di vedere la vita come vocazione, come risposta alla chiamata di qualcuno che ci ama anziché considerarla esito del semplice caso.
Il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale delle vocazioni (25 aprile) ricorda questa prospettiva vocazionale per decifrare la vita di ognuno. Quasi mai, nelle avversità del quotidiano, è scontato o facile considerare la propria vita come trama di un disegno dell'amore di Dio.
I sacerdoti servono a questo:  testimoniare che l'amore di Dio è fedele perché in un tempo della storia ha preso il volto umano di Gesù Cristo, che resta sempre con noi. La loro vocazione particolare è analoga ma distinta dalla vocazione alla vita consacrata. L'una e l'altra, tuttavia, hanno quale metro di credibilità il grado di testimonianza e trasparenza evangelica che riescono a trasmettere.
I preti nella comunità, sebbene sottoposti alla fragilità del tempo e della carne, sono segni speciali dell'Incarnazione. A volte capita pure a loro di essere testimoni incompiuti di colui che rappresentano e di impigliarsi nei fondali del male. A volte, pure nelle città, somigliano al parroco di campagna di Bernanos. Ma proprio nella nebbia della perdizione possibile non cessano di confermarci che "tutto è grazia", se abituiamo lo sguardo a vedere oltre la materialità delle cose misurabili. Essere preti non è mai stato facile e ora è ancor più difficile perché questa vocazione vive scarsa comprensione e una disaffezione di tipo sociologico. La critica più ricorrente al sacerdote, originata forse dall'apparente sua solitudine, è quella di ancorarsi alla fiducia completa in un Cristo, che invece è considerato un convitato sempre più marginale nelle società del denaro, degli amori brevi e delle scienze evolute.
Essere prete oggi è altrettanto difficile quanto per le cose dello spirito bucare gli schermi delle apparenze o per la mitezza affermarsi a scapito dell'aggressività e dell'intolleranza sregolata. Un tempo fare il prete appariva una carriera onorevole e conveniente. Ormai è soltanto una scelta controcorrente e nella società dell'immagine deve riguadagnare una credibilità e un'affidabilità scosse.
Tutti gli orpelli e le convenienze sono caduti. Benedetto XVI ne ha piena coscienza da molto tempo e lo ricorda apertamente. I giovani che decidono per la vocazione del prete non lo fanno con le sole proprie forze, ma perché c'è qualcuno che li chiama e li seduce in un gioco d'amore importante ed esclusivo. Tanto importante che ci si può incamminare nell'avventura; ma non sempre c'è la forza di andare sino alla fine della proposta. Del resto la fede cristiana in se stessa può avere esito positivo solo entro una prospettiva di amore. Si crede se si ama, e si ama se si crede e spera. La fede ha come sua ragione di fondo l'amore. Dove questo manca, l'essere cristiani diventa un costume sociale tra i tanti, svincolato dalla forza innovativa del Vangelo. E, allora, anche un ministro della Parola può creare imbarazzo a se stesso, sofferenza ai giovani e agli adulti, e danneggiare la Chiesa.
Il Papa lo ripete e in questo sta una parte della sua contemporaneità:  non ci sono più ragioni sociali per le vocazioni, ma solo ragioni di fede e di amore. Se la fede e l'amore per Dio non rappresentano la cosa più importante, non fiorisce neppure la vocazione a donarsi pienamente alla causa del Vangelo.
Si tratta di una parola che vale anche per i fedeli laici. Nessuno è esentato dal mettere al primo posto l'amore di Dio e del prossimo. Dovrebbe essere la caratteristica dei cristiani. E la materia prima del loro esame di coscienza in questo tornante difficile per la Chiesa.

c. d. c.



(©L'Osservatore Romano 25 aprile 2010)
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