La formazione dei futuri sacerdoti

Una scelta per sempre


di Lucetta Scaraffia

Dove si può trovare un gruppo numeroso di ragazzi vivi e intelligenti, appassionati del loro lavoro e anticonformisti, ironici e allegri, di quelli che oggi è di moda chiamare "creativi"? Sono sicura che la maggior parte delle persone interrogate risponderebbe che è probabile incontrarli nel mondo dell'informatica, del marketing o della pubblicità, che sono considerati i settori vivaci e trainanti della nostra società. Invece a me è capitato di incontrarli in un seminario di grande tradizione, al Capranica:  l'Almum collegium Capranicense, che è una delle più antiche istituzioni ecclesiastiche preposte alla formazione del clero.
Ragazzi attenti e aperti al nuovo, pronti a cogliere ogni stimolo esterno e a coniugarlo con il sapere formato nel loro percorso di apprendimento, disposti a metterlo in discussione con vivacità. Sì, sono i futuri sacerdoti, quelli che diffonderanno il Vangelo nei prossimi anni, totalmente consapevoli della portata anticonformista della loro scelta. Gran parte della loro vivacità infatti, nasce proprio da questo:  dal pensare e fare cose che la società contemporanea considera superate e prive di interesse, soprattutto per dei giovani. Dal sentirsi, quindi, diversi, un modo di essere che sollecita la loro creatività proprio perché la società non li capisce.
Nessun fare "pretesco", nessun modo di parlare che tenda all'"ecclesialese", quel linguaggio che viene accettato e capito solo da coloro che già stanno dentro la Chiesa, e neppure da tutti. Ma invece occhi franchi, coraggio nel porre questioni e domande - anche su quello che oggi appare il problema del momento, il celibato sacerdotale - e una consapevolezza forte della necessità di inventare stili di comunicazione più efficaci e incisivi di quelli che la Chiesa tende a utilizzare oggi. Insomma, una ricerca del nuovo profonda, sostanziale, di chi sa che non basta usare internet per uscire da schemi logorati nel comunicare. Che si accompagna però a un amore forte e consapevole per la tradizione del pensiero cristiano, per quella ricchezza culturale che la Chiesa custodisce e trasmette fin dalle sue origini.
Insieme, al Capranica, abbiamo parlato molto del problema delle omelie, certo il momento più diretto di confronto fra il sacerdote e i fedeli, che può diventare decisivo per costruire una comunicazione, portando a un colloquio più profondo e personale con il sacerdote, o al contrario che rischia di togliere la voglia di frequentare la chiesa.
Un colloquio con i fedeli che è al centro della loro futura missione, nella consapevolezza che fare il prete significa essere legati a un tipo di rapporto personale, che implica un incontro vero, un contatto concreto con i fedeli - né la messa né i sacramenti si possono trasmettere per internet - in un mondo dove invece prevalgono sempre di più contatti virtuali:  una bella opportunità, quindi, e anche questa in controtendenza.
Alla fine dell'incontro il rettore, monsignor Manicardi, mi ha chiesto quali differenze rilevavo fra questi ragazzi e quelli che frequentano i miei corsi all'università:  in un certo senso nessuna, ho risposto. Ma devo dire che i ragazzi del Capranica hanno occhi più profondi e lasciano trasparire l'equilibrio vero che nasce da una scelta di vita totale e per sempre. E ho fiducia che loro - come tantissimi altri giovani che, in ogni parte del mondo, con passione, si stanno preparando al sacerdozio - saranno capaci di rispondere alla chiamata del Signore:  "Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all'estremità della terra".



(©L'Osservatore Romano 5 maggio 2010)
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