Simbolo di tradizioni comuni

La croce alle radici dell'Europa


Pubblichiamo la prefazione del ministro italiano per gli Affari Esteri al volume - promosso e curato dall'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede - Identità religiosa e culturale europea. La questione del crocifisso di Carlo Cardia (Torino, Allemandi, 2010, pagine 157, euro 28).

di Franco Frattini

La discussione che si è aperta, in Italia e in Europa, sulla questione del crocifisso, a seguito della sentenza della Corte di Strasburgo del novembre 2009, ha un aspetto positivo. Essa ha consentito alle Chiese, alle confessioni religiose e a molti Stati europei di esprimere la loro opinione sul problema dell'esposizione dei simboli religiosi negli spazi pubblici, e soprattutto sul significato attuale che hanno le tradizioni religiose e culturali dei popoli e delle Nazioni d'Europa, sia a livello giuridico che a livello politico.
Non a caso lo Statuto del Consiglio d'Europa approvato a Londra il 5 maggio 1949 afferma nella parte introduttiva che:  "I Governi (sono) irremovibilmente (inébranlablement) legati ai valori spirituali e morali, che sono patrimonio comune dei loro popoli e la vera fonte dei principi di libertà spirituale, libertà politica e preminenza del Diritto, dai quali dipende ogni vera democrazia". A sua volta la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo (Cedu) afferma nella parte introduttiva che:  "I Governi firmatari, Membri del Consiglio d'Europa (sono) risoluti, in quanto Governi di Stati europei animati da uno stesso spirito e forti di un patrimonio comune e di tradizioni e di ideali politici, di rispetto della libertà e di preminenza del diritto, a prendere le prime misure adatte ad assicurare a garanzia di certi diritti enunciati nella Dichiarazione Universale".
Queste affermazioni, insieme a tante altre contenute nel Trattato dell'Unione europea, affermano il principio di sussidiarietà, quale vero cardine della regolamentazione dei rapporti tra l'Unione e gli Stati membri, cosicché la promozione dei diritti umani sia garantita salvaguardando al contempo le singole identità nazionali e le tradizioni religiose e culturali comuni. Le autorità degli Stati membri sono infatti tenute a disciplinare (anche in via evolutiva) quelle materie che non rientrino nelle competenze degli organismi sovranazionali. È noto che il Consiglio d'Europa e la Corte di Strasburgo, nata per applicare la Cedu, si sono attenuti con sapiente rigore nei decenni scorsi al rispetto del principio di sussidiarietà, e hanno così favorito una armoniosa crescita e sviluppo dei diritti della persona. Di recente, però, la sentenza della Corte del 3 novembre 2009 ha incrinato il rispetto di questo principio basilare intervenendo su una controversia relativa alla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane e affermando che essa viola la libertà di religione e di educazione degli alunni e delle loro famiglie.
In ogni parte d'Europa si sono avute reazioni preoccupate, di vera e propria sofferenza, nei confronti di questa sentenza, da parte di Stati, Parlamenti nazionali, delle principali confessioni religiose, anche perché la sua capacità espansiva è tale che potrebbe portare alla scomparsa di tutti i simboli religiosi negli spazi pubblici dei Paesi europei, senza distinzione alcuna. L'Italia ha fatto ricorso alla Grande Chambre perché la sentenza del 2009 sia rivista con saggezza e lungimiranza e ha esposto le molteplici ragioni che sono alla base di un simbolo religioso, come quello della croce, che è nel cuore di tutti i cristiani, di qualsiasi denominazione essi siano.
Le tante buone ragioni a favore della tesi del Governo italiano sono esposte, con ricchezza di riferimenti giuridici, storici e culturali, nel saggio di Carlo Cardia, uno tra i maggiori studiosi europei dei rapporti tra Stato e Chiesa, che viene oggi pubblicato. Le argomentazioni a favore della presenza anche pubblica dei simboli religiosi, prospettate da Cardia, sono diverse e articolate, ma io ne voglio sottolineare una in particolare. Il fatto, cioè, che il simbolo della croce non è mai stato, e tanto meno lo è oggi, un simbolo di parte. Essa è il simbolo delle tradizioni cristiane che sono comuni alla stragrande maggioranza delle Nazioni e dei popoli europei, e la sua presenza si inserisce attualmente in una società europea, e in una scuola, aperti non soltanto a ogni altra fede e opinione in materia religiosa, ma anche ai simboli e alla presenza di religioni diverse, che convivono nella scuola e in altri spazi pubblici senza alcuna preclusione.
La società, e la scuola italiana, come quelle della maggior parte degli Stati d'Europa sono aperte alla libertà religiosa e alla presenza di tutte le fedi e le confessioni religiose. Su questa base, oltre che per le tante ragioni illustrate ampiamente nel saggio, il Governo italiano è fiducioso che la sentenza del novembre 2009 possa essere rivista e superata in un quadro di lungimirante valutazione di tutti gli elementi che sono in gioco e che riguardano non solo l'Italia ma l'intera Europa. I popoli europei, come ogni altro popolo del mondo, non devono nascondere le proprie radici né occultare le proprie tradizioni, anche perché in ogni parte del mondo l'Europa è conosciuta come la fonte della razionalità, del diritto, della fede cristiana che ha promosso la libertà e la dignità dell'uomo come valori universali  e  prezioso  patrimonio dell'umanità.



(©L'Osservatore Romano 26 maggio 2010)
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