Per coltivare la vita interiore

Il giardino segreto


Pubblichiamo quasi per intero la prefazione a un libro di pensieri spirituali di Carmen Álvarez Alonso e Juan Pedro Ortuño (Lañas, momentos para Dios, Mater Dei) appena uscito in Spagna.

di Juan Manuel de Prada

Benedetto XVI, in una lettera recentemente rivolta ai vescovi, constatava addolorato che "la fede rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata", e aggiungeva:  "Il vero problema, in questo nostro momento della storia, è che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l'umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più". A nessuno sfugge che questo appassimento della fede ha cause molto diverse; oserei però affermare che la causa primordiale (o quantomeno il virus che le infetta tutte) è il trascurare la vita interiore, dagli antichi paragonata a un giardino segreto, nascosto al viavai, chiuso ai rumori - hortus clausus - dove sbocciavano i fiori più profumati e rigogliosi non appena il padrone lo curasse.
Questo giardino, lasciato senza cure, non ci mette molto a ricoprirsi di arbusti e di erbacce; e quando la noncuranza arriva all'estremo dell'incuria, una macchina asfaltatrice penetra nel suo recinto, getta il suo asfalto letale e lo trasforma in una spianata dove non maturano più i frutti della fede, orfani di radicamento e di nutrimento. Questo abbandono della vita interiore è forse il tratto distintivo della nostra epoca, dedita con vigore disorientato e frenetico a ciò che in questo libro viene ripetutamente chiamato "attivismo", che altro non è se non il barcollare senza meta di un gallo decapitato il quale, nella sua fuga in preda al panico, cerca occupazioni che lo sottraggano all'angoscia di sapersi morto all'unica cosa che davvero importa.
I nostri corpi sono "templi dello Spirito", ci ha insegnato san Paolo, e ciò ci viene ricordato in un passo di questo bel libro. Ma da un tempio che si chiude al mistero lo Spirito finisce col fuggire; e lo stesso accade all'uomo della nostra epoca, impegnato a vivere "proiettato verso l'esterno", impegnato a smettere di vivere quando insegue futili ricompense che finiscono col rovinare la sua vita interiore. E quando smettiamo di essere "templi dello Spirito", restiamo senza il sacro:  fugge da noi ciò che in noi vi è di sacro; e diventiamo - parafrasando il profeta Daniele - "abomini della desolazione", che è come essere ridotti in macerie, privati della nostra vocazione più vera, che altro non è se non quella di essere recipienti, otri di Dio.
A essere otri di Dio ci invitano queste Lañas che Juan Pedro Ortuño e Carmen Álvarez Alonso hanno scritto seguendo il filo del calendario liturgico e della vita che ogni giorno ci viene donata; e come nella vita che ci viene donata, in esse troviamo una celebrazione delle piccole cose, della "bellezza di ciò che è comune", cose che sono solite passare inosservate persino agli occhi di quanti sono stati benedetti dalla fede. Offuscati come siamo da questo "attivismo" scatenato che ci fa cavalcare in groppa alla fretta e al rumore, siamo infatti giunti alla strana follia di chiedere a Dio segni schiaccianti e clamorosi, alla maniera dei pagani di un tempo che chiedevano agli abitanti dell'Olimpo apparizioni teatrali che sconvolgessero le leggi fisiche. Quando invece, come sa bene chiunque vive in "intimità con Dio", le ostentazioni e gli eccessi sono ripudiati da Colui che volle farsi, per amore verso l'uomo, il più piccolo tra i piccoli.
José Pedro Ortuño e Carmen Álvarez Alonso sanno che nessuno vive in modo tanto intenso l'"intimità con Dio" come Maria, sempre pronta a chiedere a suo Figlio quello che nessuno oserebbe chiedergli. "Non hanno vino", gli indica durante le nozze di Cana quando la celebrazione correva il rischio di finire male, pur sapendo che la sua osservazione risultava inopportuna; e quell'osservazione continua a ripetergliela ogni giorno, con l'ammirevole testardaggine che solo in una madre risulta sopportabile, ogni volta che osserva nelle otri del nostro essere la mancanza o la scarsità del vino vivificatore che fa di noi "templi dello Spirito".
Queste Lañas che ora hai fra le tue mani, caro lettore, ti aiuteranno a completare quel miracolo che si sta già operando in te, trasformando in ogni momento una fede annacquata in vino nuziale e giubilante:  possiedono quella qualità francescana della semplicità che coglie le piccole cose per ascendere, come un uccello o una freccia, verso il cielo che a tutte le cose dà sostegno; e anche quella qualità teresiana che trova il Signore fra le pentole, negli atti più irrilevanti e banali della nostra vita, là dove più gli piace essere invitato, proprio là dove con tanta frequenza siamo soliti dimenticarci di Lui.
Quando provano a illuminare un brano evangelico lo fanno con la freschezza originaria della rugiada; e quando si addentrano nei paesaggi ombrosi della nostra vita morale lo fanno con il tremito delicato di un'alba; e così il cammino spirituale che queste Lañas tracciano dinanzi a noi acquista il tremore dell'attesa delle spedizioni pionieristiche, in quanto ogni parola ricorda l'eterna novità che pulsa dentro di noi, invoca quel fuoco primordiale nel quale si alimenta la fiamma declinante della nostra fede, rinverdisce l'hortus clausus della nostra vita interiore, rovinato dall'asfalto letale dell'"attivismo".



(©L'Osservatore Romano 18 giugno 2010)
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