Memoria e preghiera per i monaci di Tibhirine

Il profumo del vento e l'abbazia


di Ferdinando Cancelli

"Se mi capitasse un giorno, e potrebbe accadere oggi, di essere vittima del terrorismo che adesso sembra voglia colpire tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese". Inizia con queste parole il testamento spirituale di frère Christian de Chergé, cistercense della stretta osservanza eletto priore del monastero Notre-Dame de l'Atlas a Tibhirine, in Algeria, nel 1984 e rapito il 27 marzo 1996 con sei confratelli da una ventina di uomini armati. I sette monaci non faranno ritorno:  tutti saranno uccisi il 21 maggio successivo.
La storia di questi monaci che hanno dato la loro vita per servire fedelmente Dio nella liturgia e nell'aiuto prestato ai fratelli musulmani della regione algerina vicina al monastero è ricordata, da poco tempo, in un semplice ma toccante memoriale aperto alla visita dei pellegrini nell'abbazia francese di Aiguebelle, immersa nell'aspro panorama di quella zona della Drôme provenzale, poco lontana da Montélimar, dove il vento dal Mediterraneo a folate porta già il profumo di piante e frutti lontani. Proprio Aiguebelle aveva fondato nel 1938 Notre-Dame de l'Atlas e proprio da Aiguebelle provenivano alcuni dei sette monaci assassinati nel 1996.
Una semplice costruzione in pietra e legno ricorda adesso il loro sacrificio offrendo la possibilità a chi vi giunge di percorrere un intenso itinerario spirituale fatto di parole, di immagini e di adorazione silenziosa. Cristiani e musulmani, le cui vite si sono spesso intrecciate risalendo i tragici tornanti della storia recente, sono stati talvolta accomunati anche da un destino di martirio:  il giovane Mohamed diede la propria vita per salvare quella del suo altrettanto giovane amico francese, Christian, minacciato di morte durante la guerra d'Algeria, non sapendo di spargere con il suo sangue il seme di una riconoscenza e di una vocazione che avrebbero fatto di quel francese il futuro priore di Tibhirine. Il volto sorridente di un altro giovane algerino spicca sulla parete di sinistra:  è Mahommed Bouchikhi che, pur consapevole del pericolo che avrebbe corso per la sua amicizia con monsignor Pierre Claverie, vescovo di Orano, sacrificò la sua vita in una esplosione che li uccise entrambi il 1° agosto del 1996.
Questi luoghi e questi fatti rimandano direttamente alle parole di Benedetto XVI pronunciate nel 2009 ad Amman presso la moschea al-Hussein bin Talal e più volte riprese in tanti punti del suo insegnamento:  "Musulmani e cristiani, proprio a causa del peso della nostra storia comune così spesso segnata da incomprensioni, devono oggi impegnarsi per essere individuati e riconosciuti come adoratori di Dio fedeli alla preghiera, desiderosi di comportarsi e vivere secondo le disposizioni dell'Onnipotente, misericordiosi e compassionevoli". La "conoscenza reciproca", il "crescente rispetto", la comprensione in nome della ragione alle quali sempre nella stessa occasione accennava il Papa sono stati ricordati nel memoriale di Aiguebelle il 30 maggio scorso durante l'annuale celebrazione in ricordo dei monaci di Tibhirine che quest'anno ha avuto come tema la preghiera. Alla presenza del giovane neo eletto abate frère Eric Antoine, dell'imam Abdallah della vicina città di Valence e di circa 500 fedeli musulmani e cattolici, si sono alternate preghiere e riflessioni teologiche, tra le quali quella di Martine Mertzweiller già in più occasioni incaricata dal cardinale Barbarin di parlare ai fedeli islamici della moschea di Lione.
"Conosco le caricature dell'islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile (...) identificare questa religione con gli integralismi dei suoi estremisti. L'Algeria e l'islam per me - prosegue frère Christian nel suo testamento spirituale - sono un'altra cosa, sono un corpo e un'anima. L'ho proclamato, credo, in base a quello che ho ricevuto, ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia Chiesa, proprio in Algeria, e nel rispetto dei fedeli musulmani". Corrono veloci gli occhi sul manoscritto autografo del priore di Tibhirine e, giunti quasi al fondo, non riescono a stare dietro al battito del cuore che accompagna la lettura delle ultime righe rivolte direttamente a chi di lì a pochi mesi lo avrebbe ucciso:  "E anche tu, amico dell'ultimo minuto, che non avrai saputo ciò che facevi. Sì, anche per te io voglio dire questo grazie e questo ad Deum da te deciso. E che ci sia concesso di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due".



(©L'Osservatore Romano 20 giugno 2010)
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