Tra autosufficienza e utopia

La fede dei demoni


di Lucetta Scaraffia

"Marco non cessa di insistere sulla fede dei demoni, e di opporre a questa, paradossalmente, l'incredulità dei discepoli" scrive Fabrice Hadjadj nel suo saggio La foi des démons ou l'athéisme dépassée, a cui quest'anno è stato conferito in Francia il più importante premio per la saggistica cattolica. Di origine ebraica e dal cognome arabo, il filosofo si è convertito al cattolicesimo e accompagna la sua passione per la fede cristiana con una grande capacità di riflettere in profondità su temi ardui - come la tentazione diabolica oggi - intrecciando esperienze personali con l'esegesi delle Sacre Scritture, con le opere dei Padri della Chiesa e talora con midrashim e testi rabbinici.
In alcuni momenti narrati nei Vangeli, il bene e il male sembrano avere scambiato i loro ruoli - scrive - tanto che l'incredulità dei discepoli, per quanto coriacea essa sia, vale di più della fede dei demoni, che invece sanno benissimo riconoscere il Figlio di Dio. Giungendo a dire che un certo ateismo, in fondo, può essere meno cattivo di questo tipo di conoscenza di Gesù simile alla fede demoniaca:  un tipo di certezza speculativa, un credere che ciò è vero, ma senza alcun abbandono alla parola dell'altro. Una fede senza fiducia, insomma.
Dio chiede di essere cercato, e noi non possiamo andare verso di lui senza andare verso gli altri, anche se in questo modo diventano possibili l'ateismo o l'eresia. Ma questa incredulità degli esseri umani resta meno grave della fede priva di dubbi dei demoni, perché ha la scusa dell'ignoranza, della pesantezza della nostra ragione e della resistenza dei nostri cuori. E almeno è un affare di cuore:  la fede dei demoni, al contrario, viene dalla lucidità della loro intelligenza; non c'è il cuore.
Come scrive sant'Agostino, il diavolo è "infinitamente superbo e invidioso". L'invidia, il suo peccato più grave, significa non rispettare il disegno generoso di Dio e non fidarsi di lui. Satana non allontana dalla fede, ma suggerisce a ciascuno di salvare se stesso, lo incoraggia a fabbricare il suo piccolo cielo privato, e la sua superbia lo rende "manager dell'autosufficienza e padre dell'utopia", cioè i mali della modernità. Infatti voler creare da sé la felicità, propria e degli altri, significa "scambiare la provvidenza per la pianificazione", misconoscere il ruolo della grazia, che chiede non di fare, ma di lasciar fare Dio in noi.
Il demonio non si abbandona, è un self-made man e considera questo suo incatenarsi al peccato come un'emancipazione, mentre la santità gli sembra una forma di orgoglio. Se Dio è amore, anche il diavolo lo è, ma il suo è amor proprio. Quando si incontra il diavolo non si tratta quindi di vedere chi è più forte, ma di riconoscersi debole; non si tratta di capire chi è il più acuto, ma di voler essere il più capace di amore.
Si diventa schiavi del demonio quando si crede di essere i soli padroni. Nella tentazione dell'Eden, infatti, la donna non si limita a rispondere, ma vuole replicare a Satana, pensa di essere in grado di farlo:  vuole essere madre di se stessa, piuttosto che figlia di Dio. Come donna intelligente si vuole difendere da sola. Il diavolo abilmente porterà l'attenzione sulla conoscenza piuttosto che sulla vita, sul divieto invece che sul dono:  Eva desidera la beatitudine promessa da Dio, ma pensa di poterla raggiungere con le proprie forze.
"L'ambizione di estirpare da soli nel mondo tutto il male è un'ambizione malefica. Dopo avere dimenticato il diavolo (il miglior modo per coinvolgerlo) essa disprezza la libertà umana come quella divina, ignora la realtà della concupiscenza e della grazia, rifiuta il tragico della nostra condizione". Perché - continua Hadjadj - l'essenza del peccato demoniaco è "fare il bene con le proprie forze, pianificare il benessere senza sorpresa". Essere un mondo che basta a se stesso:  nessuna espressione meglio di questa rivela la tentazione, il fascino del peccato. E il filosofo fa qui l'esempio di Malthus che, pur essendo un ministro anglicano, cerca di spiegare tutto, di possedere le leggi della storia, anticipando in questo Marx.
Nessuna realtà appartiene in sé al male - il diavolo può presentarsi come inumano e come umanista, come professore di angelismo oppure come maestro di bestialità - e ognuna delle realtà che gli sono abitualmente attribuite può essere riportata all'ordine buono. Ma, al contrario, ogni cosa, tranne Dio e i santi, può essere volta al male. Il male morale è un uso disordinato delle cose.
Le virtù sono ancora presenti nel mondo moderno, ma rese folli - scrive Hadjadj - per essere state isolate le une dalle altre. Un esempio sono i cristiani scristianizzati, che recuperano la compassione per rivolgerla contro Cristo:  secondo il pensatore, essi avrebbero fatto abortire Maria, per proteggere la sua reputazione e per risparmiarle il dolore per la morte del figlio...
Come antidoto alla fede dei demoni Hadjadj propone il canto del Credo. Non si tratta infatti di recitare una serie di affermazioni dottrinali, ma "di dire una Rivelazione come una dichiarazione d'amore che dilata il cuore".



(©L'Osservatore Romano 2 luglio 2010)
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