Il sacerdozio nella Chiesa cattolica

Non ufficio ma sacramento


di Francesco Ventorino

Nel concludere l'anno sacerdotale Benedetto XVI ha riaffermato che il sacerdozio non è semplicemente "ufficio", ma sacramento:  "Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore". In forza di questa "audacia di Dio" - così la chiama il Papa - "il fine cui tendono i presbiteri con il loro ministero e la loro vita è la gloria di Dio Padre in Cristo", come aveva affermato il concilio Vaticano ii (Presbyterorum ordinis, 2). C'è, dunque, un'analogia profonda tra Cristo e il prete:  come lui, il presbitero è chiamato a mostrare in sé, nella propria umanità, il volto del Padre.
Essere padre significa essere quel luogo dove l'uomo possa imparare quasi per osmosi la vita del mistero come carità e tenerezza e possa sentirne tutta la premura per la propria personale e irripetibile esistenza. È per questo che la Chiesa latina ha voluto legare strettamente il ministero sacerdotale al celibato:  paternità e verginità sono volti diversi e complementari della carità di Cristo. Una vera paternità comporta infatti per il prete quell'ascesi perenne dell'affettività umana in forza della quale egli, pur amando ciascuno come se fosse unico, mantiene la coscienza che non è il suo amore, e tutto ciò che da esso deriva, la risposta di cui l'uomo ha ultimamente bisogno, bensì la certezza della presenza e dell'amore di Dio, testimoniato nell'amore del prete. Ecco perché il Vaticano ii (Presbyterorum ordinis, 16) afferma che il celibato, pur non richiesto dalla "natura stessa del sacerdozio", ha con esso "un rapporto di intima convenienza".
Benedetto XVI ha fatto notare lo scorso 5 maggio come negli ultimi decenni vi siano state tendenze orientate a far prevalere, nell'identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell'annuncio staccandola da quella della santificazione. "Ma è possibile - si è chiesto - esercitare autenticamente il ministero sacerdotale "superando" la pastorale sacramentale? Che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare, in che cosa consiste il cosiddetto primato dell'annuncio?". E ha risposto ricordando come l'annuncio del Regno dei cieli fatto da Gesù non è solo un "discorso", ma include "il suo stesso agire" e i "segni" che egli offre. Infatti i miracoli da lui compiuti "indicano che il Regno viene come realtà presente" e "coincide alla fine con la sua stessa persona, con il dono di sé". Lo stesso vale per il sacerdote:  "Rappresenta Cristo, l'Inviato del Padre", e "ne continua la sua missione, mediante la "parola" e il "sacramento", in questa totalità di corpo e anima, di segno e parola".
Il prete è dunque chiamato a essere, con la propria vita, un segno credibile del mistero di Dio:  argomento che conforta la certezza suprema che tutto nasce dal Padre nel Verbo per la forza dello Spirito, e testimonianza che l'uomo Gesù è il centro del cosmo e della storia, il Signore morto, vittoriosamente risorto e presente nella vita degli uomini. Oggi più che mai si impone in modo ineludibile nell'annuncio cristiano il rispetto del metodo di Dio rivelatosi a noi in Cristo:  l'invisibile si fa conoscere e amare come profondamente corrispondente a ciò che il cuore umano desidera e attende attraverso l'umanità di un uomo, e di quegli uomini che egli assimila a sé per rendersi presente nella storia.
Tommaso d'Aquino aveva già osservato che "nello stato della presente miseria è connaturale all'uomo che la sua conoscenza prenda spunto da ciò che è visibile e di esso soltanto abbia adeguato compimento". Per questo Dio "in modo congruo si è fatto visibile, assumendo la natura umana, perché dalle cose visibili veniamo rapiti all'amore e alla conoscenza delle cose invisibili" (Super iii Sententiarum, 1, 2, 3). Il cristianesimo può essere comunicato, dunque, solo attraverso l'incontro con alcuni uomini che nella loro umanità rendano visibile l'invisibile:  rendano cioè ragionevole aderire al mistero della presenza cristiana, che è cominciata nel seno della Madonna e continua nel corpo vivente di Cristo che è la Chiesa.
Negli attacchi concentratisi in questi mesi contro la figura del Papa qualcuno ha visto un disegno perverso:  quello di dimostrare che la novità della Resurrezione, di cui i segni più gloriosi sono la verginità e il martirio, è un'ipocrita menzogna, e che nel mondo non c'è neanche un luogo in cui il potere del male è sotto scacco. Sarebbe un tentativo satanico di togliere ogni speranza alla vita dell'uomo e di favorire - come ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera" del 21 marzo scorso - quel "cinismo che sa come va il mondo e dunque non se la beve; che appena sente predicare il bene sospetta subito il male; che ha il piacere dello sporco, del proclamarne l'ubiquità e la forza".
A queste denunce, qualunque sia l'intenzione da cui nascono, non basta rispondere con delle, pur dovute, precisazioni di rito o con la dimostrazione della loro infondatezza. È necessario offrire lo splendore del vero, la possibilità dell'esperienza del bene nel rapporto immediato che ogni uomo può avere con noi preti. Esistono uomini all'altezza di questo compito:  ci sono ancora tanti santi preti! Ne è testimonianza la presenza del popolo cristiano e il legame di forte devozione e di affetto che lo lega ai propri sacerdoti. A loro continua ad affidare, infatti, i propri figli e le cose più care della propria vita.
Oggi più che mai è necessario che il sacerdozio cattolico splenda agli occhi della gente per la sua bellezza, e aiuti gli uomini di oggi a essere rapiti dalle cose visibili all'amore e alla conoscenza di quelle invisibili.



(©L'Osservatore Romano 7 luglio 2010)
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