Privacy e business al tempo di Facebook

Il Grande Fratello
e l'identità perduta


di Luca M. Possati

"I miei veri genitori sono quelli adottivi, ma non basta". Tiziana, 27 anni, segni particolari:  è iscritta a Facebook, al gruppo "Figli adottati". Sta cercando la madre mai conosciuta. È mossa da una curiosità legittima, da una speranza drammatica. "Voglio guardarla in faccia e ritrovare un pezzo di me". La sua storia è solo una fra le tante riportate da un articolo pubblicato nell'ultimo numero del settimanale italiano "L'Espresso" per raccontare un fenomeno in espansione:  esistono migliaia di persone adottate che cercano i propri genitori naturali usando i social network. Senza l'aiuto delle famiglie. Senza nessuno. Adolescenti che passano giornate intere al pc setacciando centinaia di profili ma che spesso, purtroppo, trovano qualcosa di molto diverso da quanto s'aspettano:  molestie, dolore, sensi di colpa, tradimenti, richieste di denaro.
L'articolo de "L'Espresso" solleva un problema delicatissimo, che chiama in causa la coscienza tecnologica di un'intera generazione:  il valore e l'uso dell'identità personale. Sempre negli Stati Uniti, un consulente di sicurezza informatica, Ron Bowles, è riuscito a raccogliere in un unico file i dati personali di oltre cento milioni di iscritti a Facebook, ovvero il nome, il cognome e il link al profilo. Il documento è stato scaricato da quasi mille persone attraverso il motore Pirate Bay. Facebook si è affrettato a replicare che le informazioni diffuse non erano quelle strettamente personali, ma solo quelle classificate da ciascun utente come "pubbliche" e quindi normalmente accessibili con Google o con Bing. Ma il fatto solleva un dato inquietante:  una delle società più potenti del mondo, con oltre mezzo miliardo di utenti e con un fatturato da 550 milioni di dollari all'anno, non riesce a proteggere i suoi iscritti.
Eppure i controlli ci sono. Nel maggio scorso Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, incalzato dalle critiche di tante associazioni, ha deciso di aumentare le garanzie introducendo tre livelli di protezione, tre schermature tra cui scegliere in modo facile e veloce. L'utente ha così la possibilità di decidere se condividere ciascun tipo di contenuto (foto, commenti, amici, luogo e data di nascita, orientamento politico e religioso, istruzione e lavoro, preferenze sessuali, eccetera) con chiunque, soltanto con i propri amici o anche con gli amici degli amici. Si possono modificare a piacimento le impostazioni del profilo, decidendo di condividere con tutti le informazioni relative alla professione ma limitando l'accesso alle foto. Tali parametri - ha promesso Zuckerberg - dovrebbero restare in vigore anche in presenza di eventuali cambiamenti del sito.
Dunque gli strumenti di protezione ci sono. Sono addossati in toto all'utente, in base alle concessioni del provider. Ma ci sono. E allora perché le fughe di dati?
Motivi commerciali, anzitutto. Il trucco è "rendere redditizi" gli utenti per soddisfare chi finanzia il provider:  sfruttare gli iscritti per diffondere i messaggi pubblicitari. Se i servizi sono gratis, infatti, il vero affare è la pubblicità. Tutto questo senza responsabilità:  i materiali pubblicati su Facebook sono di proprietà del sito, ma di essi il sito non è responsabile legalmente. Ciò significa che, come molti altri provider, Facebook non risponde nel caso di possibili reati o alle richieste di risarcimento danni. Il motivo? Non si può sapere in tempo reale tutto quel che viene inserito, date le dimensioni della piattaforma. È anche vero, però, che aziende tecnologicamente sofisticate come Facebook o Google potrebbero trovare soluzioni alternative, per esempio la costruzione di piattaforme diverse, più o meno regolamentate, a seconda del Paese in cui operano.
Anche una soluzione di questo tipo, tuttavia, comporterebbe dei problemi. Il diritto in materia di privacy è molto diverso negli Stati Uniti rispetto all'Europa. Gli americani non hanno un unico codice onnicomprensivo, ma tante leggi settoriali. Per decenni il diritto alla privacy è stato sintetizzato con la definizione del quarto emendamento data da un giudice della Corte suprema negli anni Venti:  il diritto a essere "lasciati in pace". Questo si traduce in un fatto molto semplice:  mentre i controllori europei vogliono un'autorizzazione attiva per il trattamento dei dati personali, gli americani non si pongono nemmeno il problema. È un'asimmetria legislativa le cui conseguenze culturali sono difficili da calcolare.
A complicare le cose c'è poi l'interesse dei Governi. Negli Stati Uniti l'Fbi ha annunciato che, con il sostegno della Casa Bianca, punta ad avere accesso al traffico di e-mail di ogni cittadino americano senza dover chiedere l'autorizzazione di un giudice. Qualsiasi agente potrà conoscere destinatari e mittenti dei messaggi, tempi, orari, eventuali siti visitati e contenuti vari. L'escalation è prevedibile. Nell'età del Grande Fratello la perdita dell'identità potrebbe costare molto più caro del previsto.



(©L'Osservatore Romano 2-3 agosto 2010)
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