Il vertice dell'Ecofin

L'economia europea nelle mani
di pochi non eletti


di Luca M. Possati

Mentre le sirene del debito continuano a suonare - Portogallo, Spagna e Irlanda restano nell'occhio del ciclone - l'Unione europea (Ue) s'interroga sui modi per rispondere alla crisi. Il vero problema, come sottolineano tanti esperti, non è la riforma finanziaria o la tassa alle banche - le questioni affrontate nella recente riunione dell'Ecofin, cioè dei ministri delle Finanze Ue - ma il potere e il ruolo delle istituzioni comunitarie. Finora i Ventisette sono andati sempre in un'unica direzione:  il rafforzamento dei poteri centrali dell'Ue a discapito dei Governi nazionali. E se la strategia vincente fosse quella inversa?
L'Ecofin ha dato il via libera a una riforma della vigilanza tanto ipertrofica quanto ambigua. Dal gennaio 2011 ci saranno tre nuove autorità europee che controlleranno praticamente tutto (banche, assicurazioni e mercati azionari). Verrà accresciuto poi il potere della Banca centrale europea (Bce), che infatti guiderà lo European Systemic Risk Board, al quale spetterà di monitorare la stabilità della moneta unica e d'informare dei possibili rischi. L'altra novità è il semestre europeo, che prevede il coordinamento non solo delle politiche economiche, ma anche delle riforme strutturali degli Stati membri. Nel marzo 2011 il Consiglio europeo - sulla base di un rapporto stilato dalla Commissione - individuerà le principali sfide economiche di ciascun Paese, elargendo raccomandazioni ad hoc. I Governi dovranno definire le proprie Finanziarie sulla base delle indicazioni ricevute e presentarle tutte simultaneamente a Bruxelles entro la fine di aprile. Sarà una specie di gigantesco "compito in classe", il cui esito avrà il potere di condizionare il presente e il futuro di ciascuno Stato persino in settori come l'occupazione e l'inclusione sociale. Il controllo dell'economia è così destinato a passare progressivamente nelle mani di pochi non eletti.
A restare in sospeso sono altri due punti chiave:  la definizione dei criteri in base ai quali si determinerà il parametro del debito e le sanzioni per i Paesi che non mostrano un sufficiente ritmo di riduzione del loro passivo entro il 60 per cento del pil. In alto mare anche l'accordo sulla tassa alle banche per finanziare un fondo di risoluzione delle crisi. Diversi Paesi hanno già introdotto un provvedimento di questo tipo o hanno annunciato l'intenzione d'introdurlo.
Ma al di là del chiacchiericcio politico e delle frettolose sintesi giornalistiche - che già salutano l'avvento di una nuova era finanziaria - gli economisti s'interrogano sulla validità delle manovre in discussione e sulle dinamiche globali che si prospettano all'orizzonte.
Secondo molti la strada imboccata è quella giusta, ma va portata fino in fondo. Occorre quindi rafforzare all'estremo le istituzioni comunitarie creando un Governo unico centrale:  le "camicie di forza" europee possono (e debbono) essere trasformate in occasioni di sviluppo. È questa la tesi di Jean-Paul Fitoussi, economista francese, il quale in una recente intervista ha dichiarato:  "Se ci fosse un Governo in Europa potrebbe prendere misure decisive per un solido progresso comune", garantendo così "una crescita armonica basata sulla cooperazione". Senza l'euro, l'economia del Vecchio Continente sarebbe caduta a picco in balia delle crisi valutarie. Di qui i reiterati appelli per maggiore sinergia e integrazione:  "più Europa".
Un'altra scuola di pensiero sostiene che l'euro si sta rivelando per quello che è:  una gabbia. Questa moneta senza uno Stato, che è di tutti ma non appartiene a nessuno, ha prodotto un debito che i Paesi europei non possono più controllare e rifinanziare, compromettendo così la vita delle future generazioni. Endgame for the Euro? ("Fine dei giochi per l'euro?") si sono chiesti tre economisti del Levy Economics Institute of Bard College (Dimitri B. Papadimitrou, L. Randall Wray e Yena Nersisyan) in un saggio pubblicato all'indomani dello scoppio della crisi greca. Per capire quello che sta accadendo - stimano i tre - "è importante riconoscere la differenza tra una moneta sovrana [definita come floating, moneta non convertibile] e una moneta non sovrana". Un Governo che ha una moneta non sovrana "emettendo debiti o in valuta estera o nella propria valuta agganciata alla moneta straniera (o al metallo prezioso), deve fare i conti con un rischio di solvibilità".
Soltanto gli Stati Uniti, il Giappone e la Gran Bretagna hanno una moneta sovrana. Ciò significa che possono emettere valuta dal nulla, come quanto e quando vogliono. Il debito pubblico, in questo caso, è un'illusione, perché gli Stati hanno sempre il potere di rifinanziarlo da soli emettendo altra moneta. Diverso è il caso di tutti gli altri Paesi del mondo, che non hanno una moneta sovrana e che quindi sono costretti a reperirla con le tasse e sui mercati privati. L'euro non è una moneta sovrana. I Paesi che la emettono non la possiedono. Questo li rende ricattabili. Questo rende il debito pubblico un debito reale, per coprire il quale i cittadini dovranno compiere durissimi sforzi. Nonostante gli sforzi disperati del governatore Jean-Claude Trichet "per mantenere lo show a luci accese, la disintegrazione dell'euro è solo una questione di tempo".
L'Europa è giunta alla resa dei conti:  o il dominio di un supereuro - con regole e strutture ancora tutte da definire - o Governi nazionali più forti e capaci di creare una forma d'interazione proficua.



(©L'Osservatore Romano 9 settembre 2010)
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