La città accoglie Benedetto XVI

Una speranza per Palermo


di Franco La Cecla

Il Santo Padre arriva in una città che è simbolo di una situazione più generale, quella di un Mezzogiorno d'Italia che negli ultimi quindici anni ha visto allargarsi il divario con le regioni del Nord. Alle ragioni di una crisi generale qui si aggiungono delle circostanze particolari:  una società fondamentalmente bloccata nei ruoli e nelle possibilità.
Palermo - la mia città - è infatti stretta in una maglia di appartenenze che rendono difficile ai giovani e ai meno protetti e abbienti di farsi avanti. Questo provoca una diaspora ingentissima di giovani (ma anche di quarantenni e cinquantenni con le loro famiglie), un dissanguamento di energie vitali qui frustrate e che cercano altrove una speranza. A fronte, i più deboli che rimangono sono facilmente preda della criminalità organizzata e nel migliore dei casi del peggiore clientelismo assistenziale.
In questa città si lavora spesso perché qualcuno ti fa "il favore" di permetterti di lavorare in una selva di sottoimpieghi, sottoappalti e "lavori socialmente utili". Inoltre, un notevole declino dei servizi e delle istituzioni rende la vita di Palermo sempre più impoverita e a rischio. Un caso paradossale è quello del servizio della nettezza urbana, ora privatizzato e che ha sospeso buona parte della pulizia cittadina.
Se si gira tra i quartieri popolari del centro - Danisinni, Albergheria, la stessa Kalsa, che sarà lo scenario della visita del Papa - ci si rende conto di sempre più preoccupanti sacche di miseria, della chiusura di asili nido, di strutture atte a soccorrere e a difendere l'infanzia, le donne, le famiglie, i giovani. Il degrado che veniva denunciato da don Puglisi per i quartieri a rischio mafioso oggi è più ampio, secondo quanto dichiarano i parroci di Brancaccio (il quartiere dove Pino Puglisi era parroco e dove è stato assassinato), del Borgo e delle periferie degradate come lo Zen, Bonagia.
Il volontariato fatica a trovare spazi, risorse, ascolto nelle istituzioni, e la violenza comincia a farsi avanti in situazioni che prima sembravano aver trovato un equilibrio, come raccontano gli operatori sanitari del quartiere Danisinni (quello dietro la cattedrale). Le istituzioni, il sindaco, il consiglio comunale sono stati più volte richiamati dalle stesse autorità ecclesiastiche a non dimenticarsi dei cittadini, soprattutto di quelli più disagiati.
La disoccupazione è avanzata moltissimo (Palermo ha una delle punte più alte d'Italia), l'incuria e il degrado hanno portato a reazioni disperate della gente, con roghi, blocchi stradali, occupazione del Comune. In questo contesto di frontiera la città non ha lesinato fondi ingenti per operazioni di facciata, e impressiona che il fenomeno sia arrivato a toccare persino una delle feste più sentite dal popolo palermitano. Così il cosiddetto "festino" di santa Rosalia perde sempre più il carattere popolare e rischia di trasformarsi in una kermesse dispendiosa e mediatica.
Nella città la speranza è incarnata dalla presenza di parroci coraggiosi, di una società civile che si ribella al pizzo, di una capacità inaspettata di "convivenza" da parte delle comunità immigrate. Palermo non ha infatti registrato alcun caso di rifiuto della presenza di migliaia di tamil, capoverdiani, mauriziani, filippini, maghrebini. Questi si sono integrati a tal punto da partecipare - si tratta soprattutto della comunità proveniente dallo Sri Lanka - alla "acchianata", la salita penitenziale al monte di santa Rosalia, il monte Pellegrino.
C'è insomma una Palermo che non si lascia andare, che spera e opera perché la città rimanga un luogo vivibile, con o senza l'apporto delle istituzioni. Palermo ha una grande tradizione di vitalità e varietà, con una componente popolare che sostanzia le ricorrenze festive con creatività e partecipazione, e mai come adesso questa magnifica popolazione si sente umiliata. Per un cambiamento la visita di Benedetto XVI potrebbe dare una scossa di speranza vitale.



(©L'Osservatore Romano 3 ottobre 2010)
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