La decisione della Fed e la vittoria dei repubblicani

Wall Street chiama
Ben risponde


di Luca M. Possati

Un piano di incentivi da seicento miliardi di dollari in buoni del Tesoro al ritmo di 75 miliardi al mese fino alla metà del 2011:  la Federal Reserve sceglie una strategia aggressiva e complessa per rispondere a una ripresa troppo lenta ed evitare l'incubo di una deflazione micidiale. Il giorno dopo la vittoria dei repubblicani alle elezioni di midterm, quella che Obama stesso ha definito "una bastonata", chi si aspettava delle risposte chiare dall'istituto guidato da Ben Bernanke è stato accontentato.
Wall Street non avrebbe gradito in alcun caso una manovra inferiore ai 500 miliardi, anche se i rischi di un nuovo quantitative easing erano stati paventati da numerosi analisti. Ma la vittoria dell'elefantino, con tutte le nuove prospettive politiche ch'essa dischiude, ha sciolto ogni dubbio. Il Fomc (il comitato che regola la politica monetaria della Fed) ha quindi risposto all'appello degli investitori (e degli elettori) immettendo molta liquidità nel sistema per mantenere i tassi invariati, deprezzare il dollaro e creare inflazione, dunque rilanciare i consumi. Ai seicento miliardi di dollari in titoli di Stato si aggiungeranno i circa trecento miliardi provenienti dai titoli legati ai mutui che saranno reinvestiti, in linea con l'annuncio dello scorso agosto, nell'acquisto di Treasury. C'è poi da considerare l'apporto della precedente manovra pari a 1.750 miliardi di dollari, un'operazione che deve ancora concludersi. A conti fatti, si arriva così alla cifra complessiva di 850-900 miliardi, abbastanza per giustificare i timori di un'iperinflazione. Le Borse finora hanno risposto positivamente. Il dollaro ha raggiunto i minimi da gennaio sull'euro.
Sul piano strettamente economico, la mossa di Bernanke conferma che l'America è ancora in difficoltà, anche se si tratta di una difficoltà molto diversa rispetto a un anno fa. L'emergenza del credito è finita. Le banche hanno ripreso slancio. Il prodotto interno lordo nel terzo trimestre è cresciuto del più due per cento. Il settore manifatturiero a ottobre ha registrato un balzo inatteso, così come la spesa edilizia a settembre. Per questo ad alcuni è parso che il quantitative easing non fosse davvero necessario, almeno in termini di politica interna. Sul piano globale, infatti, la mossa ha una sua razionalità. Nell'ultimo g20 la proposta americana di fissare un tetto ai surplus commerciali è stata bocciata senza mezzi termini. E di certo le economie emergenti - Europa, Giappone e Cina in testa - non resteranno a guardare mentre le loro monete continuano a rafforzarsi. Senza contare che India e Australia hanno già alzato i tassi per frenare eventuali spinte inflative e consolidare una crescita ormai stabile.
Ma la vera domanda è un'altra:  quanto servirà la manovra della Fed in termini reali? Obama deve fare i conti con la complessità di una crisi che tocca nel profondo l'intera società americana. Circa dieci milioni di posti di lavoro sono stati bruciati dal 2008. Il tasso è fisso al 9,6 ma, contando anche i sotto-occupati e i part-time, arriva quasi al venti per cento. Le ultime stime sulle richieste dei sussidi di disoccupazione parlano di un aumento di 20.000 unità, dato peggiore delle attese. E aumenta anche il numero di coloro che, per disperazione o disillusione, smettono di cercare un'occupazione. Gli esperti stimano che per recuperare i milioni di posti andati in fumo ci vorranno anni e una crescita vicina al tre per cento.
C'è poi il mercato immobiliare che stenta a ripartire:  i pignoramenti sono ormai un fenomeno sociale devastante. Molte banche e società di servizi sono state accusate di pratiche irregolari nel prendere possesso delle case, un fenomeno che coinvolge milioni di famiglie. Inchieste sono scattate in tutto il Paese, con un possibile effetto negativo sul settore. Un terzo delle vendite, infatti, è composto da case messe all'asta dalle banche. Resta aperto, poi, il dossier più controverso:  il piano per la ristrutturazione di Fannie Mae e Freddie Mac. Il salvataggio dei due colossi potrebbe costare al Tesoro la bellezza di 363 miliardi di dollari.
La mossa della Fed si presta infine a una lettura politica. Con un'Amministrazione in campagna elettorale, il Fomc ha deciso di prendere le redini e dettare i tempi. Che il partito del presidente perda voti alle elezioni di metà mandato non è una novità. La vera novità di queste elezioni è che entrambe le parti in gioco, repubblicani e democratici, non sono più due partiti monolitici:  ci sono divisioni all'interno degli schieramenti. Il problema è che, visti i tempi, una spaccatura troppo definita tra Congresso e Casa Bianca potrebbe avere conseguenze peggiori del previsto. Per questo, dicono i commentatori, se vuole riconquistare terreno, Obama deve sbrigarsi a cambiare linea economica.



(©L'Osservatore Romano 5 novembre 2010)
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