Perché vivere in clausura

Sui passi di Chiara d'Assisi


di Angela Emanuela Scandella
Presidente Federazione Clarisse dell'Umbria

La testimonianza della vita contemplativa claustrale non può spegnersi nella Chiesa. La fedeltà del Signore alla sua Sposa bella, la santa Madre Chiesa non è venuta e non viene meno. Egli parla, chiama, avanza con la sovranità della sua mitezza (cfr. Sal 45) nel tempo in cui in tanti modi Dio viene percepito e definito come il grande assente, che nulla ha a che fare con la storia e col destino del mondo. Nel tempo in cui l'uomo diventa "esperimento di se stesso" risuona ancora l'appello del Signore con parole che sanno di vita eterna:  Egli chiama, attira irresistibilmente. Perché il monastero? Meglio sarebbe dire:  per chi entrare in monastero? Nella coscienza delle giovani sorelle, che da poco hanno varcato la soglia della clausura, la gratuità dell'amore e della chiamata di Dio è il primo motivo vocazionale. Una gratuità incontrata come risposta a una domanda di verità, a una ricerca sempre più esplicita e consapevole di vita, di amore, di libertà e felicità autentici; talvolta anche nell'esperienza sofferta di un cuore smarrito e riconciliato, un cuore inquieto che si riposa alla fine in Dio. Una gratuità che risuona come eco umana in una chiamata a fare verità sulla propria vita, a "essere" e non a "fare". Una chiamata all'amore in risposta a un Amore pieno e fedele, nel desiderio di un'appartenenza totale al Signore, che tocchi davvero e in profondità tutto della persona. La forma di vita contemplativa nella sua dimensione claustrale viene colta come possibilità di vivere questa esperienza di totalità, un entrare dentro il silenzioso amore che abita il Cuore di Cristo nel mistero della sua Incarnazione e della sua croce. È la possibilità data alla creatura di restituirsi al Creatore, nella lode e nel rendimento di grazie. Ancora, è l'intuizione che Dio solo può chiedere a una persona umana:  occupare nella sua vita non il "primo" posto, ma "l'unico" posto. Scegliere, intuendo una fecondità "altra". La fecondità dell'Evangelo e della sua logica che rovescia le logiche della cultura odierna. Al tempo estremamente concentrato e allo spazio infinitamente dilatato, proprio del mondo della tecnologia e dell'informatica, il cui esito è l'estrema superficialità e l'incalzare frenetico, la vita claustrale risponde con uno spazio concentrato e un tempo dilatato in Cristo, "Verbum abbreviatum", in cui Dio ha tempo per l'uomo. Vivere in monastero è scegliere di entrare in tale mistero.
In Chiara d'Assisi si percepisce la dimensione sponsale e mariana, nella bellezza dell'essenzialità, della semplicità, della radicalità evangelica della sua sequela del Signore nel mistero della sua povertà e obbedienza, del suo portare in comunione con Lui, il Servo, "il peso della carità vicendevole", fino al dono della vita nella logica della restituzione imparata dall'Eucaristia. Una restituzione di sé che percorre la via nascosta, semplice - e per molti oggi inutile - dell'umile fatica quotidiana, che rende partecipi di quella fatica del vivere che tanta parte di umanità conosce e che testimonia, nella pazienza dei giorni, la presenza viva del Signore. Chiara d'Assisi è "donna nuova" nel suo essere - una cosa sola con le sue sorelle - cellula di Chiesa riparata, secondo il mandato del Crocifisso a Francesco d'Assisi. Una vocazione ecclesiale, che passa per la "riparazione del cuore", che è lasciarsi guardare e definire dal Signore nella verità della nostra debolezza e miseria, che è lasciarsi misurare dai rapporti fraterni per la costruzione di quella "santa unità" che è la carità stessa di Dio partecipata in Cristo e nel suo Spirito ai "figli di Dio dispersi". Una lenta costruzione quella della vita fraterna, scuola di comunione, di riconciliazione e di misericordia, "luogo teologico" della nostra esperienza di Dio e che è risposta evangelica alla sfida dell'alterità, in un tempo segnato dal frantumarsi dei legami più vitali. Perché perseverare in una vocazione contemplativa claustrale? Perché è ancora possibile pensare a una definitività di impegno, di dedizione, in un mondo in cui tutto è segnato e condizionato dal soggettivo, dall'emotivo, dal temporaneo, dall'instabile? Rimanere perché Dio è Dio, perché la verità dell'uomo è l'essere fatto per un legame costitutivo con il Creatore, rinnegato il quale l'uomo smarrisce se stesso. Rimanere per sempre, perché l'amore vero non si consuma, non si esaurisce. Per sempre, perché, con le parole della nostra madre santa Chiara, "l'amore di Cristo rende felici".



(©L'Osservatore Romano 20 novembre 2010)
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