A Cancún la conferenza dell'Onu

In ballo la credibilità dei vertici sul clima


di Stefania Schipani

I rappresentanti dei Paesi di quasi tutto il mondo si incontreranno da oggi, lunedì 29, a Cancún per cercare un accordo sulla riduzione dei gas serra, portando a termine il lavoro lasciato in sospeso nel precedente vertice di Copenaghen conclusosi senza il raggiungimento di un patto vincolante sul controllo del clima. La città messicana è infatti la sede scelta per la sedicesima Conferenza dell'Onu sui cambiamenti climatici, la cosiddetta Cop16, che proseguirà fino al 10 dicembre.
L'obiettivo è firmare un documento ufficiale, vincolante e condiviso, che sostituisca il protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012. Come si ricorderà, il protocollo di Kyoto è un trattato internazionale del 1997, che vincola i Paesi aderenti a limitare le emissioni dei gas serra, principali responsabili dell'aumento della temperatura globale degli ultimi decenni e, dunque, dello scioglimento dei ghiacci e dell'innalzamento del livello dei mari. L'obiettivo sancito dal protocollo era quello di una riduzione delle emissioni dei gas serra, da realizzare entro il 2012, del 5,2 per cento rispetto ai livelli del 1990. In realtà, nonostante la progressiva partecipazione, seppure travagliata e sofferta, dei Paesi ai vincoli del protocollo, la possibilità di un nuovo accordo globale sui limiti delle emissioni sembra ancora più difficile che nel passato. E questo per diversi motivi.
Negli ultimi anni, studi scientifici hanno registrato un incremento dei livelli di gas serra molto più rapido del previsto. Sebbene nei Paesi industrializzati le politiche di controllo abbiano favorito un contenimento dell'emissione di anidride carbonica, l'intensa crescita industriale di Paesi come India e Cina ha provocato un incremento delle emissioni. Questo si traduce a livello politico nella necessità di stabilire tagli molto più pesanti rispetto a quelli contemplati dal protocollo di Kyoto per tentare di contenere entro 2 gradi gli aumenti della temperatura:  si propone una riduzione dei gas compresa tra il 25 e il 40 per cento rispetto al 1990 ed è prevedibile che ciò possa provocare disaccordo sulle strategie da seguire. Non mancano infatti forti resistenze anche da parte di Paesi europei che si sono già dichiarati contrari alla pregressa iniziativa di innalzare il tetto delle emissioni dal 20 al 30 per cento entro il 2020. E non giocano a favore le difficoltà che negli Stati Uniti, dopo le elezioni di metà mandato, sta incontrando il presidente Obama, da sempre fautore della lotta al cambiamento climatico.
Anche la crisi economica di questi ultimi anni ricopre un ruolo fondamentale. La politica di adattamento ai nuovi modelli del clima ha dei costi notevoli. In tutti i Paesi sono necessari investimenti consistenti per lo sviluppo di tecnologie pulite e l'avvio di un'economia verde. Inoltre i Paesi in via di sviluppo necessitano del sostegno economico di quelli più ricchi per poter investire in nuove tecnologie e avviare processi di sviluppo sostenibile attraverso l'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. Nel vertice di Copenaghen era stato stabilito per le Nazioni in via di sviluppo un pacchetto finanziario di 100 miliardi di dollari che i Paesi ricchi si impegnavano a elargire entro il 2020. In particolare per il periodo 2010-2012 l'impegno dell'Unione europea era di 2,4 miliardi l'anno, ma, come ha osservato a Bruxelles il commissario Ue per il Clima, Connie Hedegaard, al fondo stanziato manca ancora la partecipazione di alcuni Paesi.
Nel progetto di accordo un ruolo sempre più importante sarà ricoperto dalla Cina, che con la sua intensa crescita economica rappresenta uno dei principali produttori di gas serra - sebbene le sue emissioni pro capite siano ancora basse - ma che sta sicuramente assumendo crescente consapevolezza di quanto sia importante affrontare il problema. In questi giorni la commissione cinese per lo Sviluppo e la Riforma ha pubblicato il Rapporto annuale dell'azione sul cambiamento climatico. Il documento prevede "un controllo efficace delle emissioni di gas serra per i prossimi cinque anni". La Cina ha già realizzato misure di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni, ma rimane tuttavia legata al principio delle responsabilità comuni ma differenziate, in base al quale i Paesi che hanno avviato per primi il processo di industrializzazione sono i maggiori responsabili dell'inquinamento e del suo impatto. Proprio in Cina, peraltro, nella città portuale di Tianjin, si è svolto l'ultimo incontro preparatorio di Cancún.
In attesa del vertice, un segnale molto importante è stato invece lanciato dall'intesa raggiunta dai sindaci di alcune grandi metropoli mondiali che, riunitisi a Città del Messico, hanno volontariamente aderito al Mexico City Pact:  un'intesa per ridurre le emissioni delle aree urbane - dalle quali proviene il 60 per cento dei gas inquinanti - attraverso specifiche politiche locali, campagne e normative adeguate e che prevede anche la creazione di un registro pubblico in cui verranno indicate tutte le iniziative di tutela ambientale.
L'appuntamento di Cancún è importantissimo, perché se fallisse l'obiettivo di concordare un documento comune sostitutivo del protocollo di Kyoto, il vuoto di regole provocherebbe molte conseguenze. Ma innanzitutto diventerebbe estremamente difficile proseguire con l'applicazione di politiche di contrasto ai mutamenti climatici a livello globale e perderebbe di credibilità tutta la politica dei vertici internazionali sul tema della questione ambientale.
Le tematiche da affrontare nel corso del vertice saranno impegnative:  la politica di cooperazione tecnologica con i Paesi in via di sviluppo, la deforestazione, gli impegni finanziari, la strategia di adattamento al cambiamento climatico. Le conseguenze delle decisioni prese saranno importanti non soltanto per le Nazioni industrializzate ma soprattutto per quelle povere che pagano più di tutte le conseguenze del surriscaldamento in termini di aumento del prezzo dei cereali di sussistenza, di siccità, di migrazione. Sarà dunque necessaria una forte volontà di compromesso da parte dei partecipanti affinché non vada perduta anche questa occasione.



(©L'Osservatore Romano 29-30 novembre 2010)
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