Manca una strategia complessiva per la crescita economica

Contraddizioni della ripresa


di Ettore Gotti Tedeschi

Temo non sia possibile che l'economia occidentale torni a crescere presto in modo sostenibile. Riprenderà un po', con andamento ondivago, in funzione delle manovre adottate. In realtà, mancano i fondamenti di una vera nuova crescita. Ogni giorno ci vengono fornite cattive notizie economiche, accompagnate e mitigate da proposte di soluzione pervase di ottimismo. Quali sono invece le vere condizioni per avviare la ripresa?
È una domanda questa a cui non si può rispondere con precisione, perché i problemi non sono tutti ben conosciuti, perché ogni area economica li sta affrontando in modo diverso, e perché molte ragioni della crisi sono largamente sottovalutate. A breve, sembrerebbe opportuno un accordo fra Paesi per gestire un periodo di austerità capace di assorbire l'enorme debito prodotto negli ultimi anni. Ma nessuno sembra disposto a fare sacrifici, e tutti vorrebbero farli pagare agli altri.
A lungo termine, invece, una nuova crescita del mondo occidentale è condizionata alla ripresa della natalità e della produttività dei sistemi economici. Entrambe le condizioni sono però difficilmente realizzabili. I figli non sono infatti riconosciuti come agenti di sviluppo, mentre la produttività si fonda soltanto su accordi sociali, volti a conquistare competitività. Si rischia quindi che, a breve, si intraprendano strade destinate a esaurire le risorse ancora disponibili:  il risparmio, anzitutto. Inoltre, un accordo fra i Paesi che dominano l'economia sembra difficile per le strategie opposte adottate di fronte alla crisi.
Negli Stati Uniti, dove l'attuale situazione ha avuto origine, si stanno preparando manovre che genereranno inflazione. Il governo economico sta passando dallo Stato alla Fed, disponibile a incrementare la base monetaria per sostenere la crisi. Il disavanzo è già arrivato al dieci per cento del pil e, dal 2008 a oggi, è stato emesso debito pubblico in misura maggiore ai quindici anni precedenti. In questo modo, gli Stati Uniti stanno "nazionalizzando" il debito delle famiglie, cioè il debito privato che ha sostenuto lo sviluppo fittizio degli anni scorsi. Ma da quando l'incentivo pubblico si è ridotto, la crescita del pil è crollata e il tasso di disoccupazione non è migliorato.
Per questi motivi, gli Stati Uniti minacciano azioni protezionistiche verso le importazioni cinesi, causando una spinta inflazionistica sui prezzi interni. Il dollaro viene così di fatto svalutato e si innesca il circuito di una terza inflazione potenziale sul prezzo delle materie prime importate.
L'Europa sembra stia adottando una politica antinflazionistica, opposta a quella statunitense. Sta cioè "privatizzando" il debito pubblico, quello delle banche e quello delle imprese attraverso la politica degli interessi zero, che trasferisce sui risparmi delle famiglie il costo del debito.
In Asia la crescita, ormai ridimensionata, si fonda invece sulla reimportazione delle esportazioni, creando così una domanda interna, che necessita però dell'aumento di salari e costi, e che di conseguenza genera minore competitività sui mercati. Per questo la Cina sta investendo in Africa, dove, oltre a controllare la disponibilità di materie prime, intende trasferire le lavorazioni a basso costo.
Le contraddizioni più evidenti sembrano insomma risiedere nella minore crescita asiatica, nella politica inflazionista statunitense e in quella deflazionistica adottata in Europa. Una scelta, quest'ultima, orientata alla ricerca dell'efficienza, al taglio dei costi, al contenimento della spesa pubblica e alla lotta contro evasione e sprechi. Ma accompagnata dalla tentazione di imporre nuove tasse, che finirebbero per indebolire ancora più il settore privato. E questa non è certo una strategia di crescita.



(©L'Osservatore Romano 3 dicembre 2010)
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