Europa e Africa

Un aiuto reciproco
contro la crisi


di Ettore Gotti Tedeschi

Sin dall'inizio della crisi economica è stato suggerito che una strategia europea contro la recessione poteva consistere in una sorta di piano Marshall per i Paesi poveri, a cominciare da quelli africani. In questo modo, oltre ai diretti benefici per l'Africa, si sarebbero ottenuti grandi vantaggi per le economie europee a rischio di stagnazione. La tesi, più volte espressa su "L'Osservatore Romano", è stata sostenuta tra gli altri, sempre sulle pagine di questo giornale, dall'allora premier britannico, Gordon Brown. Alcuni Paesi ex emergenti, come la Cina e il Brasile, l'hanno invece messa in pratica, traendone elevati profitti.
Dopo il g8 per l'Africa è apparso chiaro che il continente sarebbe presto cresciuto. Grazie al McKinsey Global Institute, che ha elaborato dati dell'Unctad (la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo), dell'Ocse e della Banca Mondiale, sono finalmente disponibili statistiche. Dal 2000 al 2008, l'intero pil continentale è aumentato di circa il 5 per cento annuo, toccando 1,6 trilioni di dollari e raggiungendo quasi quello di Russia e Brasile. Nel 1980 solo il 28 per cento degli africani viveva nelle città. Oggi il 40 per cento della popolazione risiede in centri urbani. Quasi come in Cina e più che in India. Positivo è stato l'impatto sul reddito prodotto:  già nel 2008, 85 milioni di famiglie africane avevano un reddito superiore ai 5.000 dollari. Ma quel che più conta è che l'economia, grazie alle risorse e alla mano d'opera a basso costo, continua a crescere e si stima possa  raddoppiare  nel  prossimo  decennio.
È una realtà che l'Europa avrebbe potuto trarre a proprio vantaggio, se avesse attuato il suo piano Marshall, investendo nelle infrastrutture oltre che nelle tecniche agricole e di estrazione delle materie prime. E tutto ciò con uno stile europeo, nel senso migliore del termine, basato cioè sull'attenzione per la dignità della persona, per la stabilità politica, per le riforme necessarie a ridurre il debito e a gestire l'inflazione.
Per il suo sviluppo, l'Africa ha certo beneficiato, negli ultimi dieci anni, del boom delle commodities (petrolio, minerali, risorse naturali), ma un'ulteriore crescita del pil può ora giungere da settori trainanti come il commercio, i trasporti, le produzioni locali e le telecomunicazioni.
I grandi investimenti della Cina nel continente hanno avviato e accelerato questo processo economico, ma non hanno risolto i problemi. La debolezza dell'Africa risiede ancora nella mancanza di infrastrutture e industrie specifiche, in quei settori cioè dove l'Europa potrebbe eccellere. Si pensi che nei Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) le infrastrutture, soprattutto stradali, sono cinque volte superiori a quelle africane, e ciò si riflette sull'impatto logistico e sui costi relativi. L'Africa necessita quindi di altri investimenti che andrebbero a vantaggio di chi li fa, oltre di chi li riceve.
Certo, il continente non è omogeneo. Esistono tante Afriche anche da un punto di vista economico. Ci sono quattro Paesi ricchi, sviluppati e diversificati (Egitto, Marocco, Tunisia, Sud Africa) e otto con riserve di petrolio, gas e con discrete basi infrastrutturali (Algeria, Angola, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon, Libia, Nigeria, Repubblica del Congo).
C'è poi un gruppo di undici Paesi prettamente agricoli, in via di sviluppo tecnologico, che cominciano a diventare competitivi (Camerun, Ghana, Kenya, Mozambico, Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia, Costa d'Avorio, Madagascar, Sudan). Questo gruppo deve intraprendere altri sforzi per estendere le superfici coltivabili, per migliorare le tecniche di raccolto e per passare a produzioni di valore come il biofuel e l'etanolo. Se ciò avvenisse lo sviluppo agricolo potrebbe segnare, entro il 2020, una crescita di oltre il 6 per cento annuo. Una vera rivoluzione verde, come si usa dire. Ma in Africa sono anche presenti Paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia, l'Etiopia, il Mali e la Sierra Leone, devastati dai conflitti e con Governi instabili. Queste Nazioni possono, per ora, solo essere stimolate dai loro vicini alla soluzione dei problemi, per poi cominciare ad accedere a un modello di sviluppo.
L'Africa rappresenta un'occasione da cogliere in fretta. Il continente è ancora carico di prospettive che, da parte europea, rendono ragionevole e attraente un aiuto vero. Un aiuto reciproco.



(©L'Osservatore Romano 23 dicembre 2010)
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