Domenica 9 il referendum

Il Sud Sudan alla sfida
di una secessione pacifica


di Pierluigi Natalia

La nascita del nuovo Stato indipendente del Sud Sudan - che per unanime previsione sarà sancita dal referendum di questa domenica - promette la fine di decenni di conflitti, ma prospetta anche un periodo di incertezza per molte e irrisolte crisi di quell'area dell'Africa.
Il presidente sudanese Omar Hassam el Bashir ha reiterato le assicurazioni di pieno rispetto dell'esito del referendum e la promessa di rapporti di collaborazione persino più stretti di quelli finora tenuti nello Stato unitario. Tuttavia, ci sono nodi lasciati in sospeso dall'Accordo generale di pace siglato il 9 gennaio 2005 tra Khartoum e gli allora ribelli dell'Esercito di liberazione del popolo sudanese, oggi alla guida del Sud Sudan autonomo. Proprio tale accordo prevedeva che la popolazione potesse scegliere entro sei anni con un referendum se costituirsi in Stato indipendente o se mantenere l'unità con Khartoum con l'attuale forma di ampia autonomia. A pronunciarsi domenica saranno quasi quattro milioni di elettori, 3.737.000 nel sud, 116.000 nel nord e 60.000 negli otto Stati esteri nei quali vivono. Per la validità della consultazione serve un'affluenza alle urne di almeno il 60 per cento.
Incassata l'indipendenza, il presidente sudsudanese Salva Kiir Mayardit e i vertici dell'amministrazione locale avranno come priorità dei prossimi mesi la denominazione del Paese, la creazione di un'Assemblea costituente, la regolamentazione degli spostamenti e della cittadinanza delle persone. Ma altre questioni aperte potrebbero riaccendere la conflittualità tra le due zone di quello che finora è stato il più vasto Paese dell'Africa, a partire dalle intese non ancora chiarissime sulla suddivisione degli utili petroliferi, compresi quelli della contesa regione dell'Abyei.
Tra i problemi interni del Sud Sudan c'è poi sicuramente la questione della sicurezza, messa a rischio sia da persistenti scontri di matrice tanto etnica quanto economica, tra popolazioni dedite all'agricoltura e alla pastorizia nomade, sia da minacce ai confini meridionali. Nell'intricata interconnessione tra le diverse crisi della regione dei Grandi Laghi, infatti, il Sud Sudan ha sempre avuto un ruolo strategico e logistico.
Sullo sfondo, inoltre, c'è la possibilità che la nascita nel cuore dell'Africa un nuovo Stato, non arabo e non musulmano, di otto milioni e mezzo di abitanti appartenenti a una sessantina di tribù diverse, possa essere ritenuta una sfida dai gruppi di matrice fondamentalista islamica che negli ultimi mesi hanno moltiplicato la loro aggressività, come dimostrano i recenti avvenimenti in Egitto, ma anche la perdurante crisi somala. Tanto più che il nuovo Stato sembra destinato a collocarsi nella sfera degli alleati degli Stati Uniti - anche se il presidente Barack Obama sembra pronto a ricompensare Khartoum con un alleviamento del debito estero e delle sanzioni - e che Salva Kiir Mayardit ha anche prospettato ottimi rapporti diplomatici con Israele.
A questo si aggiunge la diffidenza di non pochi Paesi africani - non solo arabi, come la Libia e lo stesso Egitto che l'hanno espressa palesemente, sia pure con toni diversi - timorosi che la secessione sudsudanese possa costituire un precedente. Significativo, in questo senso, è stato il recente pronunciamento dell'Unione africana sulla inviolabilità dei confini degli Stati membri. Né a tale preoccupazione è estraneo il timore di una colonizzazione in forma rinnovata da parte delle potenze extracontinentali.
Resta poi aperta la questione della crisi nel Darfur, la regione occidentale sudanese, abitata anch'essa da popolazioni non arabe. La speranza di arrivare alla pace tra i gruppi armati del Darfur e Khartoum prima del referendum in Sud Sudan non si è realizzata e i prossimi sviluppi della crisi sono ancora tutti da comprendere, ma sembra ragionevole pensare che il nuovo Stato possa avervi un ruolo determinante.
Sul piano economico e dei rapporti internazionali, la questione centrale resta quella del petrolio, con mire evidenti tanto delle tradizionali potenze occidentali, a partire dalla Gran Bretagna, ex Paese coloniale, e dagli Stati Uniti, quanto della Cina, impegnata in una sempre più intensa penetrazione in Africa. Tuttavia, gli osservatori più attenti vedono proprio nella dipendenza dalle esportazioni petrolifere un frutto avvelenato per il nascituro Stato. Una diversificazione dell'economia è infatti cruciale per lo sviluppo di questa come di altre parti dell'Africa. Il Sud Sudan ha un potenziale agricolo enorme, che potrebbe offrire grande opportunità, anche per la posizione al centro dell'Africa, che faciliterebbe gli scambi con Paesi limitrofi. Soprattutto, a una popolazione per il 90 per cento sotto la soglia di povertà e per l'85 per cento analfabeta, servirebbero grandi investimenti nell'istruzione e nelle politiche sanitarie.
Altra grande questione è quella legata alla nascita di un nuovo attore nella gestione dell'acqua del Nilo. Finora, la posizione predominante dell'Egitto e, in misura minore, del Sudan non è stata scalfita, ma un nuovo Stato non arabo potrebbe rafforzare la richiesta degli altri Paesi del bacino di arrivare finalmente a una ridefinizione delle quote. Non a caso, tra l'altro, tra i nomi ipotizzati per il nuovo Stato, accanto a Sud Sudan, Nuovo Sudan e Juwama, c'è proprio quello di Repubblica del Nilo.



(©L'Osservatore Romano 7-8 gennaio 2011)
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