Pellegrinaggio in Terra Santa

Alla ricerca
di una convivenza possibile


di Francesco Ventorino

Ho appena compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa alla guida di un gruppo, un piccolo popolo cristiano. I pellegrini erano centocinquanta, tutti amici fra di loro, convocati da un evento doloroso che aveva segnato una delle loro famiglie. L'anno scorso, l'ultimo di quattro figli, un ragazzo di tredici anni, mentre andava in bicicletta, era stato travolto e ucciso da un camion. La sua famiglia, anziché chiudersi nel proprio dolore, era divenuta una dimora nella quale tutti si trovavano bene, tanto che molti vi si recavano per confidare i propri problemi e cercare il senso dell'esistenza, il fondamento di una speranza ragionevole.
Dopo un anno, è maturata la proposta:  andare insieme nei luoghi dov'era accaduto quell'avvenimento impensabile che costituiva la sostanza della loro speranza, il Figlio di Dio fattosi uomo per compiere nella sua carne l'obbedienza perfetta al Padre e così vincere nella sua morte l'umana morte.
Una prima riflessione, dunque, è stata questa. Un pellegrinaggio nella terra di Gesù si distingue da una gita turistica solo se è generato da una grande domanda sulla verità dell'avvenimento cristiano e quindi da un desiderio appassionato di conoscerne le circostanze concrete, storiche e geografiche, alla ricerca dei "gusti" di Dio. Solo questa disposizione, infatti, consente di inserirsi in quel flusso di pellegrini che soprattutto dal iv secolo in poi hanno cercato in quei luoghi le tracce di Cristo, lasciando testimonianze e indizi, che poi gli archeologi del nostro tempo, per lo più francescani, hanno potuto verificare e documentare con le loro scoperte.
La seconda riflessione riguarda proprio loro, i francescani, che fedeli al carisma del loro fondatore, sono in Terra Santa da ottocento anni, e hanno pagato un caro prezzo di fatiche, di stenti e anche di sangue. Senza la loro presenza, riconosciuta dalla Chiesa con un vero e proprio mandato - quello di "custodire" quei luoghi - noi pellegrini di oggi non sapremmo dove andare, sostare, dove pregare.
Un pellegrinaggio in Terra Santa, poi, se è il cammino di un popolo, non può non visitare quella parte di popolo cristiano che, piccolissima minoranza, vive là dai tempi di Gesù, resistendo a ogni intimidazione e oppressione esterna, e anche all'intima tentazione di emigrare, in cerca di migliori condizioni di vita. Per la maggior parte si tratta di arabi cristiani, che in parte condividono la situazione degli altri palestinesi. In questo contesto non facile, gli ospedali e le scuole cristiane, nonché l'università cattolica di Betlemme, voluta da Paolo vi, svolgono una funzione preziosa e si può ben dire profetica:  generando una profonda solidarietà tra cristiani e musulmani, pongono in quel luogo un segno emblematico di convivenza possibile fra diversi per etnia e religione.
S'impongono, poi, quando si va in quella terra benedetta, l'attenzione e la tenace ricerca dell'amicizia nei confronti del popolo ebraico, che alla luce del progetto sionista ha tentato di ridarsi una terra con le proprie mani, facendone uno Stato dove tutti gli ebrei del mondo possano tornare a vivere. Non mancano peraltro, proprio in alcune frange ortodosse, coloro che contestano quest'ultima soluzione, convinti così di mantenersi fedeli alla promessa ricevuta da Dio.
In questa regione, come ci diceva padre Pizzaballa, Custode di Terrasanta, uomini appartenenti a popoli, culture, religioni e riti differenti sono "costretti" a stare insieme. La convivenza li arricchisce a vicenda, ma inevitabilmente genera tensioni tra diritti spesso in conflitto, tra speranze difficilmente conciliabili. Appare qui evidente che la pace del mondo - cioè una giustizia senza censure delle esigenze di tutti e di ciascuno - è un equilibrio che gli uomini non devono smettere mai di cercare, ma nello stesso tempo è un miracolo che solo Dio può compiere.
Questa terra, pertanto, dispone, in modo particolare, il popolo cristiano ad attendere il suo Signore. E riesce a carpire il segreto che in essa si annida - la sua singolare posizione rispetto al cosmo e alla storia - soltanto il pellegrino. Il quale porta dentro  di  sé  una  grande  domanda sul senso della propria vita e il desiderio di divenire certo della propria salvezza.



(©L'Osservatore Romano 9 gennaio 2011)
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