Il confronto tra Cina e Stati Uniti

Prove tecniche
di un g2 inevitabile


di Luca M. Possati

Geopolitica, diplomazia ed economia s'intrecciano nella partita decisiva, quella da cui dipendono gli equilibri nel mondo reduce dalla grande crisi. Cina e Stati Uniti stanno imboccando la strada del dialogo diretto per confrontarsi su una serie di dossier che vanno dal settore militare al mercato valutario, da internet al commercio delle terre rare, dalla finanza alle energie rinnovabili. La visita a Pechino del segretario alla Difesa, Robert Gates, apre la strada al viaggio del presidente cinese, Hu Jintao, che sarà a Washington il 19 gennaio.
Ma il dialogo sugli armamenti è solo un capitolo di un faccia a faccia molto più complesso. Mentre l'America è stretta nella morsa di una crisi che Obama non ha esitato a definire "una recessione brutale", la Cina annuncia una crescita del dieci per cento del pil (prodotto interno lordo) e punta a mettere le mani sul debito dei Paesi europei. Negli ultimi mesi Pechino ha rafforzato i rapporti commerciali con la Francia, la Gran Bretagna, l'Ungheria e la Germania, e ha investito miliardi di euro nel debito degli Stati in difficoltà come la Grecia, il Portogallo e la Spagna. Allo stesso tempo, ha annunciato un taglio nelle esportazioni delle preziose terre rare, i metalli che giocano un ruolo cruciale nell'industria informatica, di cui Pechino controlla il 90 per cento del mercato, e incrementato la presenza nel continente africano, specialmente nell'area subsahariana.
Una strategia economica di vasta portata, nella quale un ruolo fondamentale giocano i rapporti con l'India:  i due vicini asiatici hanno saputo mettere da parte le contese territoriali, decidendo di portare l'interscambio commerciale a 100 miliardi di dollari in cinque anni, con contratti d'oro nel settore energetico, più investimenti diretti e accesso al credito facilitato. Segno che l'economia può dove la politica langue.
Come ha risposto Washington al pressing cinese? I due colossi stanno dialogando a distanza, alla ricerca di un nuovo equilibrio. Pechino è il primo detentore di titoli di Stato americani e il principale finanziatore del debito pubblico. Fino allo scoppio della grande crisi finanziaria, gli Stati Uniti sono riusciti a sostenere consumi e ricchezza (spesso anche al di sopra dei propri mezzi) forti del ruolo di valuta di riserva del dollaro, mentre la Cina, grazie a uno yuan sottovalutato, è cresciuta trainata dall'export. Pechino ha finanziato il debito degli americani che, a loro volta, hanno spinto ai massimi il consumo dei prodotti cinesi. Dopo la crisi questo tacito accordo si è spezzato. Che cosa sta accadendo? Gli americani non consumano più come prima; l'indebitamento si è ridotto. Per evitare l'incubo di una deflazione (debolezza della domanda, diminuzione generale del livello dei prezzi), Washington ha chiesto al Dragone di rivalutare lo yuan, senza però ottenere i risultati sperati. La Federal Reserve è quindi passata alle maniere forti e ha varato una massiccia iniezione di liquidità con il quantitative easing, ovvero l'acquisizione programmata di 600 miliardi di dollari di titoli di Stato. Una mossa dal significato non soltanto tecnico, ma soprattutto politico:  questa valanga di liquidità ha prodotto uno scossone nei mercati mondiali, con preoccupanti conseguenze soprattutto nel campo delle materie prime e dei beni alimentari. Ed è proprio l'inflazione sugli alimenti uno dei massimi problemi dei cinesi.
Pechino ha reagito al quantitative easing facendo due cose:  comprando bond europei e aprendo alle imprese straniere la possibilità di finanziarsi in renminbi (l'altro nome dello yuan), dunque facilitando gli investimenti dall'estero. I cinesi puntano, con la prima mossa, ad ampliare i mercati di sbocco per i loro prodotti e a guadagnare sostegno politico in sede g20. Con la seconda, a fare dello yuan una valuta di riserva mondiale accanto al dollaro, riducendo così la dipendenza dal biglietto verde. Si tratta di una lenta rivoluzione finanziaria partita da Hong Kong, dove la scorsa estate Pechino ha permesso ai residenti nella ex colonia britannica di avere conti bancari denominati in yuan. La fase successiva è stata appunto l'apertura alle società straniere della possibilità di finanziarsi o di emettere obbligazioni direttamente nella valuta cinese, senza autorizzazioni governative. Una svolta, perché fino al luglio 2010, se un'azienda voleva svolgere attività in Cina, doveva reperire i capitali in valuta estera e poi convertirli alla Banca centrale cinese, con tutti i rischi legati al cambio.
Una cosa è sicura:  a Washington s'incontreranno i leader di un g2 che è l'unico, oggi, a poter dettare i tempi della ripresa mondiale. È in corso una nuova Bretton Woods, un confronto chiamato a fissare i tasselli di questa convivenza necessaria, ma difficile. Con un solo spettatore eccellente:  l'Europa.



(©L'Osservatore Romano 12 gennaio 2011)
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