Nel discorso del Papa alla Rota romana

La verità ragionevole
del matrimonio cristiano


di Francesco Ventorino

È una sfida notevole quella che il Papa ha lanciato nel discorso ai prelati uditori del tribunale della Rota romana, tenuto lo scorso 22 gennaio. Partendo dalla premessa che "il matrimonio celebrato dagli sposi, quello di cui si occupa la pastorale e quello messo a fuoco dalla dottrina canonica, sono una sola realtà naturale e salvifica", Benedetto XVI ha tratto la logica conseguenza che l'obiettivo immediato della preparazione al matrimonio, ritenuta sempre più essenziale alla validità stessa del gesto sacramentale, non è rivolgere alla coppia "un messaggio ideologico", né tanto meno imporre un "modello culturale", quanto piuttosto "promuovere la libera celebrazione di un vero matrimonio, la costituzione cioè di un vincolo di giustizia ed amore tra i coniugi, con le caratteristiche dell'unità ed indissolubilità, ordinato al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole". È questo vincolo, infatti, che "tra battezzati costituisce uno dei sacramenti della Nuova Alleanza".
Perché questo si realizzi è necessario che i fidanzati vengano posti in grado di scoprire "la verità di un'inclinazione naturale e di una capacità di impegnarsi che essi portano inscritte nel loro essere relazionale uomo-donna", dalla quale scaturisce la capacità e il diritto di quella donazione consensuale che si attualizza nel sacramento del matrimonio. "Ragione e fede - conclude il Papa - concorrono a illuminare questa verità di vita".
La sfida è tutta qui:  saper mostrare, all'interno di un itinerario pastorale, quanto nella concezione sacramentale e giuridica del matrimonio cristiano vengano comprese e portate a piena realizzazione le esigenze naturali dell'uomo e della donna, nonché della relazione stessa che intendono stabilire tra di loro nella specificità dell'unione coniugale.
Con questo suggerimento metodologico Benedetto XVI si inserisce nella più nobile tradizione del pensiero cristiano. È noto, infatti, che Tommaso d'Aquino, per confermare la visione biblica dell'unione coniugale, adduce delle ragioni eminentemente "laiche":  "Era giusto che nella prima costituzione delle cose la donna fosse formata dall'uomo, a differenza di quanto fu fatto per gli altri animali (...) affinché l'uomo, sapendo che la donna è uscita da lui, l'amasse di più e le fosse unito indissolubilmente". A favore della sua affermazione, l'Aquinate cita l'autorità di colui che era ritenuto il filosofo per eccellenza, e cioè Aristotele, secondo il quale "il maschio e la femmina si uniscono nella specie umana non solo per la necessità di generare, come tutti gli altri animali, ma anche per la vita domestica", vale a dire per una convivenza di cui hanno reciprocamente bisogno (Summa theologiae, i, q. 92, a. 2, c.).
Per ragioni della stessa natura viene condannata la fornicazione, unione occasionale dell'uomo e della donna. Essa è indebita perché priva della totalità propria della comunione coniugale, dentro la quale soltanto può essere accolta e educata quella vita che l'atto stesso dell'unione sessuale tende a generare (cfr. ibidem, ii-ii, q. 154, a. 2, c.).
Questo modo di argomentare ha sempre contraddistinto il magistero della Chiesa, soprattutto recente; pensiamo, in particolare, alla Humanae vitae di Paolo VI e alla Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, cui il Papa fa particolarmente appello nel suo discorso. In essa, infatti, è stato efficacemente evidenziato come solo da questa visione del matrimonio e dell'atto sessuale derivino un'esaltazione e un compimento specifico della sessualità umana.
"La sessualità, mediante la quale l'uomo e la donna si donano l'uno all'altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda - si legge nella Familiaris consortio (n. 11) - l'intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte. La donazione fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale è presente:  se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente".
Con la lucidità intellettuale che gli è propria, Benedetto XVI ribadisce nell'oggi della Chiesa questa urgenza metodologica. Nel proporre la dottrina cristiana del matrimonio è sempre più necessario mostrarne la piena corrispondenza all'ordine della ragione; altrimenti diverrebbe inevitabile che essa venga ridotta a una particolare visione ideologica comprensibile solo all'interno di un contingente e relativo modello culturale.



(©L'Osservatore Romano 26 gennaio 2011)
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