L'antica identità religiosa dell'Etiopia

La croce nella roccia


di Lucetta Scaraffia

Per quanti credono - e non sono pochi - che il cristianesimo sia una religione moderna e occidentale, destinata quindi a sfociare nella secolarizzazione, sarebbe veramente utile un viaggio in Etiopia, e in particolare a Lalibela, centro religioso costruito mille anni fa come memoria e sintesi della tradizione cristiana iscritta nella terra africana. In una delle regioni abitate dalle più antiche forme umane e dove il cristianesimo è radicato fin dai primi secoli della nostra era, lasciando non solo segni indelebili nello spazio, ma anche una forte identità culturale che ha resistito a secoli di persecuzioni e di  isolamento  dal  resto  della  cristianità.
A Lalibela la chiesa dedicata a san Giorgio è un monolite di basalto rosato scavato nella roccia a forma di croce:  una croce perenne, quindi, iscritta all'interno stesso della terra africana, che sembra suggellare questo stretto e antico legame fra Africa e tradizione cristiana. Le chiese accanto - dedicate al Golgota, alla madre di Dio e al Salvatore, anch'esse scavate nella roccia a suggerire la perennità della religione che rappresentano - ricordano una mezza croce e costituiscono, in forma architettonica, una summa della teologia della salvezza:  il Golgota sulla tomba di Adamo, la basilica mariana con affreschi che ricordano i numerosi episodi del Nuovo Testamento in cui sono protagoniste le donne, ma anche il pilastro di luce che rappresenta lo Spirito Santo operante l'Incarnazione e sul quale si narra sia scolpita tutta la storia umana, e infine il trionfo del Salvatore, cioè il compimento della salvezza.
Centri di pellegrinaggio e luoghi di culto frequentatissimi - che secondo la tradizione conservano l'Arca dell'Alleanza in un luogo dove i profani non possono entrare - sono testimonianza vivente di una fede appassionata e di una identità conservata a prezzo di sacrifici, che oggi sa armonizzarsi con le nuove presenze cristiane nel Paese, in particolare le numerose missioni cattoliche. I cattolici, infatti, che in Etiopia sono poco più dell'uno per cento della popolazione, sono presenti con scuole e ospedali, orfanotrofi e opere tese a recuperare le frange più disgraziate di una delle popolazioni più povere del mondo, come i ragazzi di strada. Una collaborazione fattiva e indispensabile, che riesce a coniugare il dinamismo occidentale con il rispetto per questa antichissima cultura cristiana. L'Etiopia testimonia infatti la ricca realtà del cristianesimo orientale, la sua tradizione, la capacità di costruire una cultura cristiana forte e duratura, che ha al suo attivo una lunga convivenza con religioni diverse senza indebolire la propria identità. Ma oggi - come mi ha spiegato l'arcivescovo di Addis Abeba, monsignor Berhaneyesus Demerew Souraphiel - proprio a causa della povertà l'ortodossia è in crisi:  l'emigrazione diretta verso i Paesi arabi diventa causa di conversione all'islam, e anche di disgregazione del tessuto sociale. Così le famiglie si dividono, i figli sono abbandonati e l'inizio di flussi turistici verso i luoghi storici cristiani comincia a suscitare forme organizzate di accattonaggio e di prostituzione, anche minorile.
La fierezza e il coraggio con cui questa antica identità cristiana è stata difesa nei secoli sembrano oggi infrangersi, in molti casi, proprio davanti a questo impatto fra un mondo poverissimo e le speranze che suscita il contatto, se pure ancora limitato, con la modernità occidentale. I cattolici vengono in aiuto ai loro fratelli in difficoltà, cercando di limitare i danni provocati da una globalizzazione incombente che si sposa a una antica miseria, e in cambio ne ricevono aiuto spirituale, lezioni di attenzione alla liturgia e di attaccamento a una terra che pure è aspra, e soprattutto la testimonianza di come si può resistere a tante condizioni avverse senza rinunciare alla propria identità religiosa.
Il popolo testimonia con la sua stessa esistenza la croce scavata nella roccia del suolo africano da più di mille anni. Così, finché l'Etiopia difenderà la sua antichissima identità religiosa, l'Africa continuerà a mantenere un collegamento vitale con le sue indubbie radici cristiane. Per questo è particolarmente importante il progetto di una nuova e grande università cattolica che possa diventare - spiega l'arcivescovo - il luogo di preparazione di nuove élites politiche capaci di rispettare la dignità dell'essere umano, occasione di incontro e scambio tra studenti di etnie e religioni diverse che imparano a convivere e a discutere insieme, nel rispetto reciproco.
Certo, in un Paese dove molti sono i bambini che muoiono di denutrizione e malaria, dove aumenta costantemente il numero dei ragazzi abbandonati, a prima vista il progetto di una università non sembra di prima necessità. E invece questo progetto della Chiesa cattolica è importante e merita aiuto perché può servire a creare un futuro all'Africa, rafforzando al tempo stesso l'identità cristiana di una delle Chiese orientali più antiche e gloriose.



(©L'Osservatore Romano 29 gennaio 2011)
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