Il Brasile del dopo Lula

Dilma e la ricerca dell'equilibrio


Giuseppe Fiorentino

Ottantasette per cento di consensi: non è comune che il presidente di un grande Paese lasci la sua carica, dopo due mandati, con un indice di popolarità tanto alto. Luiz Inácio Lula da Silva ha invece stabilito questo primato che in qualche modo è destinato a condizionare l'azione di governo di Dilma Rousseff, nuova inquilina del Palácio do Planalto. Uscire dal solco tracciato da Lula potrebbe dimostrarsi una pericolosa inversione di tendenza proprio per il successo da lui riscosso negli otto anni di presidenza. Un periodo che ha visto il Brasile affermarsi come potenza economica emergente e durante il quale le politiche sociali governative hanno sottratto alla miseria milioni di cittadini. Il Governo Rousseff sembrerebbe quindi destinato a una linea di continuità e significativa è stata in questo senso la conferma di Guido Mantega nel ruolo di ministro dell'Economia. Eppure qualcosa potrebbe cambiare. A fronte di un salario minimo garantito di 540 reais - circa 220 euro - i brasiliani hanno assistito negli ultimi mesi a una crescita esponenziale dei prezzi. I fagioli, base della dieta nazionale, costano quasi il doppio rispetto a un anno fa e la carne è aumentata di oltre il 20 per cento. Per molti versi i prezzi brasiliani sono simili a quelli europei ma il potere di acquisto del real tende a diminuire. Secondo alcuni analisti, a causare il generalizzato aumento dei prezzi è stato il costante apprezzamento della moneta locale rispetto al dollaro, che oltre a determinare la forte spinta inflazionistica, rischia di pesare sulle esportazioni brasiliane. Ma indipendentemente dalle cause, l'aumento dei prezzi al consumo è un problema molto sentito dalla popolazione e che sicuramente dovrà influenzare le scelte del Governo. Scelte che non potranno prescindere da un'altra questione: l'enorme debito pubblico accumulato, che rischia di mettere in discussione i traguardi economici raggiunti. Il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo viene attualmente stimato intorno al 42 per cento. Il gigante sudamericano deve fare quindi i conti con un massiccio indebitamento interno dovuto agli interventi statali messi in campo nei programmi di sviluppo sociale e infrastrutturale. Fome zero, Bolsa familia, Minha casa minha vida, sono stati progetti che hanno garantito a milioni di brasiliani la sicurezza alimentare, l'accesso all'istruzione primaria e il diritto alla casa. Scelte che hanno fatto impennare i consensi nei confronti di Lula ma che hanno pesato sul bilancio dello Stato. Così come il Pac - programma di accelerazione della crescita - che ha costituito uno degli assi portanti della vecchia amministrazione e il cavallo di battaglia della campagna elettorale di Dilma Rousseff. Il Pac consiste nella realizzazione di opere infrastrutturali volte a favorire lo sviluppo economico. Secondo alcune fonti la necessità di riequilibrare il rapporto tra debito pubblico e pil dovrebbe consigliare una riduzione dell'intervento statale in questi progetti. Ma solo pochi giorni fa il nuovo ministro della Pianificazione, Miriam Belchior, annunciando il via libera alla realizzazione di opere previste dal Pac, ha fatto intendere che i tagli di bilancio non riguarderanno questi interventi. Ma se i programmi di sviluppo sociali e infrastrutturali sono destinati ad assorbire ancora risorse, su quali voci il Governo Rousseff interverrà per la sua politica di risparmio? Una prima risposta si è avuta proprio in questi giorni. Secondo la "Folha de São Paulo", il presidente starebbe infatti riesaminando il previsto acquisto di navi militari. Si tratta di un'operazione pari a circa 4,7 miliardi di euro. Il nuovo Esecutivo si trova così nella necessità di tagliare le spese per riassorbire il disavanzo tra debito pubblico e pil, ma senza sacrificare i programmi sociali e i progetti infrastrutturali. Lo scopo è continuare a favorire una stabile crescita economica senza dissipare il grande consenso lasciato in eredità da Lula. Una difficile ricerca di equilibrio che impegnerà nei prossimi anni il Governo di Dilma Rousseff.



(©L'Osservatore Romano 31 gennaio-01 febbraio 2011)
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