Un passaggio epocale in un'area tra le più critiche al mondo

Il vento del Maghreb


di PIERLUIGI NATALIA

Gli avvenimenti nel Maghreb - e più in generale nel mondo arabo, dallo Yemen al Bahrein - potrebbero segnare un passaggio epocale in un'area del mondo considerata da sempre tra le più critiche. Ormai diverse voci li paragonano ai fatti del 1989-1990 nell'est europeo.
L'effetto domino della rivolta in Tunisia - favorito dalla comunicazione su internet - si è subito verificato in Egitto, e già si profila in altri Paesi nordafricani: Algeria, Marocco e da ultima la Libia, dove nella notte tra martedì 15 e mercoledì 16 febbraio ci sono stati, scontri di piazza. A Bengasi si sono infatti affrontati manifestanti infuriati per l'arresto di un avvocato difensore di oppositori, polizia e sostenitori del Governo. La stampa locale filogovernativa riferisce di cortei a sostegno del leader Muammar Gheddafi, ma per venerdì è già stata convocata una manifestazione d'opposizione che i social network annunciano imponente. Il riferimento a internet non è casuale: innescate da una crisi economica che colpisce i ceti più deboli, ma che sta facendo arretrare anche i ceti medi, le proteste nell'area mostrano anche fattori di novità. Ne sono protagoniste popolazioni giovani, tra le quali si sono alzati tanto il livello di istruzione, quanto l'accesso all'informazione globale, senza però un'aumentata prospettiva di lavoro e di sviluppo.
A questo si aggiungono le difficoltà sempre crescenti poste all'emigrazione - tradizionale valvola di sfogo - proprio mentre le violenze, ma anche l'accresciuta miseria, spingono fuori dalla loro patria milioni di persone, senza adeguate tutele e spesso destinate a restare vittime di trafficanti. Gli avvenimenti sollecitano dunque anche un ripensamento mondiale delle politiche di gestione della mobilità umana, evitando che di volta in volta siano fattori emergenziali a determinare le risposte.
Più in generale, in queste settimane i Governi dell'Occidente - gli Stati Uniti soprattutto, ma anche l'Europa - sono sembrati spesso colti di sorpresa dagli avvenimenti. A ciò non è stato estraneo il timore che le proteste possano essere infiltrate dal terrorismo internazionale. La fuga di Ben Ali dalla Tunisia e la rinuncia al potere di Mubarak in Egitto hanno in parte mutato tale atteggiamento, ma molti commentatori, anche nel mondo arabo, parlano già di occasione persa dall'Occidente di porsi come riferimento e alleato di popoli che aspirano al cambiamento.
Del resto, non pochi osservatori ricordano che lo sviluppo è il principale antidoto contro quella stagnazione in cui prolifera il terrorismo. E contro la tentazione del fondamentalismo religioso. Le stesse violenze a sfondo etnico religioso si alimentano di situazioni di degrado e si traducono spesso in guerre tra poveri: si pensi ai recenti avvenimenti in Nigeria o in India.
Così come alcuni commentatori ritengono che nella costruzione di un mondo plurale e pacifico, il principale contributo occidentale debba essere la diffusione di una vera cultura dell'uomo, basata sul crescente riconoscimento dei suoi diritti, a partire da quelli alla vita e alla libertà religiosa



(©L'Osservatore Romano 17 febbraio 2011)
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