L'occidente e la perdita del lavoro

I danni di una crescita
solo materialistica


di ETTORE GOTTI TEDESCHI

Il titolo del libro attrae e invita subito a riflettere in modo necessariamente critico. La malattia dell'Occidente (Roma-Bari, Laterza, 2010, pagine 151, euro 16), per l'autore Marco Panara, nasce dal non aver saputo sostenere il valore del lavoro verso il presunto valore del capitale. È questo, forse, l'unico punto di dissenso con l'autore, il cui libro ha l'originalità di fornire la prima analisi completa del crollo della offerta di lavoro in occidente. Le tesi di Panara andrebbero dibattute a livello internazionale e potrebbero perfino servire come base per una serie di interrogazioni al Governo europeo, a cui si potrebbe chiedere quali strategie pensa di adottare per gestire il fenomeno.
La vera malattia dell'occidente è però ben altra, più profonda e grave: è il nichilismo che lo ha sradicato da ogni verità assoluta e lo ha portato a diventare materialista, perseguendo una soddisfazione sempre più consumistica. La malattia dell'uomo occidentale è la sua lontananza da Dio e la tendenza ad affogare nel consumismo le sue ansie da essere intelligente.
Ma al di là della premessa, Panara sviluppa perfettamente l'analisi. In un mondo che rinuncia alla crescita naturale - interrompendo quasi le nascite e conseguentemente la crescita vera del pil - l'unico modo per consumare sempre di più e fare crescere il potere di acquisto, che invece diminuisce con l'aumento delle tasse necessarie a pagare i costi dell'invecchiamento della popolazione. Per incrementare il potere di acquisto si può tentare di aumentare la produttività, ma è più facile diminuire i prezzi dei beni, producendoli dove la mano d'opera è più economica. Cioè delocalizzando la produzione in Paesi a basso costo e reimportando i beni a prezzi molto inferiori rispetto a quelli prodotti all'interno. Per questo sono stati spostati, soprattutto in Asia, capitali e tecnologie, dimenticando forse che si stava trasferendo anche occupazione. Inoltre, questo processo non è stato accompagnato, forse per la fretta, dall'adozione di strategie compensative per l'occidente.
Panara è uno dei migliori e più noti giornalisti economici italiani, è responsabile del supplemento "Affari e Finanza" de "la Repubblica". Nel suo libro spiega perfettamente la dinamica che ha condotto l'occidente alla mancanza di sostegno al lavoro, soprattutto manuale. Per rincorrere l'esigenza del consumo, necessario a far crescere un pil che altrimenti sarebbe crollato, il mondo è stato spaccato in due. Da una parte i Paesi produttori ma non ancora consumatori, dall'altra i Paesi consumatori e non più produttori, cioè noi occidentali. Per cercare di essere competitivi nel mondo globale gli occidentali cercano maggiore efficienza, concorrendo però a peggiorare le condizioni dal punto di vista del lavoro. Investono in tecnologia, che è labour saving. Privatizzano le inefficienti imprese di Stato e la pubblica amministrazione, le quali, rinunciando ai costi dell'inefficienza, tagliano molta mano d'opera. Liberalizzano i mercati, confrontandosi con Paesi che vantano costi minori, trovandosi così obbligati a delocalizzare ancora di più produzione e occupazione.
Il libro è un manuale di storie di efficienza ritrovata, ma senza strategie di compensazione della mano d'opera in eccesso: il mercato globale avvantaggia il consumatore, che può scegliere di acquistare prodotti meno costosi e allo stesso tempo colpisce i produttori inefficienti o ad alto costo. Ma questi produttori sono gli stessi che, attualmente, danno lavoro ai consumatori che desiderano spendere meno e che rischiano di perdere l'impiego nella loro rincorsa al prezzo più basso. È un conflitto che crea disoccupazione se manca una strategia economica.
Panara ci aiuta a ricordare tutti gli errori fatti negli ultimi cinquant'anni. Errori di statalismo, protezionismo, assistenzialismo e poi di consumismo, fino agli eccessi del consumismo a debito insostenibile che ha portato a suonare la campanella di "fine ricreazione". Gli strumenti descritti nel libro - tecnologia, finanza, delocalizzazione - sono tutti buoni, ma non funzionano se sono usati male. E ciò avviene quando ci si dimentica che sono strumenti in mano all'uomo, il quale non solo deve saperli utilizzare, ma deve saper dare loro un senso, un fine. Altrimenti arriva al crac che coinvolge la politica e mette persino a rischio la democrazia, come appunto l'autore ci spiega.
Ma per non cadere nella trappola non basta rinnovare il capitalismo, come sostiene Panara. È invece necessario rinnovare l'uomo, come propone Papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate. E per riuscirci ci vogliono buoni preti, più che buoni economisti o buoni industriali. Loro potrebbero forse spiegare che il lavoro è venuto a mancare perché si è pensato a consumare a debito senza investire, sprecando risorse e inseguendo una crescita solo materialistica.



(©L'Osservatore Romano 26 marzo 2011)
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