La crisi greca dopo il declassamento di Standard&Poor's

Pesi e contrappesi


di LUCA M. POSSATI

Nella crisi greca il gioco dei pesi e dei contrappesi è troppo delicato per tracciare diagnosi esatte. L'agenzia Standard&Poor's ha motivato il nuovo taglio del rating sui titoli ellenici scrivendo che "è aumentato il rischio che Atene proceda verso la ristrutturazione del debito". Ma in molti sottolineano che questa sarebbe la soluzione peggiore e che una completa ridefinizione delle condizioni del debito è una favola. Con gli errori di Atene da un lato, l'assenza di una strategia unitaria europea dall'altro, gli squali della speculazione hanno il campo libero. A questo punto, paradossalmente, un'uscita della Grecia dall'euro appare - secondo alcuni analisti - una strada percorribile. O la via meno dolorosa.
Il ritorno alla dracma consentirebbe ad Atene di stampare moneta e di aggirare il problema del debito, usando la svalutazione della valuta per rendere l'economia più competitiva. La Banca centrale di un Paese con moneta sovrana può comprare titoli del debito pubblico stampando denaro e consumando il debito con la relativa inflazione. Secondo il presidente dell'Istituto di previsioni economiche tedesco (Ifo), Hans-Werner Sinn, solo così Atene potrà rialzare la testa. È chiaro - ha spiegato Sinn in un'intervista alla "Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung" - che l'introduzione di una nuova moneta comporterebbe enormi rischi finanziari: il panico spingerebbe i risparmiatori a ritirare i propri soldi dalle banche e a metterli altrove, al sicuro da possibili insolvenze. Ma il rischio va preso - ha affermato Sinn - perché il piano di Bruxelles è troppo rigido: nel lungo termine la politica dell'austerità produrrà un taglio dei prezzi e dei salari di portata insostenibile portando alla bancarotta aziende e banche.
Già Axel Weber, l'ex presidente della Banca federale tedesca e membro del board della Bce, aveva criticato l'acquisto di titoli greci da parte della Bce ipotizzando possibili uscite temporanee dalla zona euro. Un'idea che non è certo piaciuta ad Angela Merkel e al suo Governo: le banche tedesche sono le più esposte in Grecia. E infatti Weber ha dato le dimissioni a fine aprile, non senza polemiche.
Ma è così irrealistica la possibilità di un'uscita dall'euro? Si tratta soltanto di voci della stampa tese alla manipolazione dei mercati? Di fatto l'altra strada, quella della ristrutturazione del debito, avrebbe conseguenze disastrose anzitutto per la Grecia. "Il sistema bancario sarebbe in ginocchio - ha detto il membro del comitato esecutivo della Bce, Lorenzo Bini-Smaghi, in un'intervista a "La Stampa" - per le perdite registrate sui titoli di Stato detenuti nel portafoglio e perché perderebbe la possibilità di rifinanziarsi presso la Bce, non avendo più titoli di buona qualità da usare come collaterale". Ciò nonostante, secondo l'economista statunitense Nouriel Roubini, la ristrutturazione è "l'unica opzione, che diventerà quella più realistica su cui tutti finiranno per convergere". L'anno prossimo "Atene dovrà ricorrere al mercato per circa 40 miliardi di euro - ha detto Roubini intervistato dal "Sole 24 Ore" - ed è chiaro che con questi spread ciò non avverrà a meno che la comunità internazionale non aumenti di altri 40 miliardi di euro il programma ufficiale, cosa che data la politica dell'Europa non avverrà".
Dal 2013, con il varo del nuovo meccanismo anti-crisi, le condizioni degli aiuti ad Atene saranno ancor più dure. È stato calcolato che per adeguarsi la Grecia dovrebbe crescere più del doppio di quanto è previsto dai tecnici dell'Fmi e della Bce. Ed è forse venuto il momento che l'Europa faccia chiarezza e s'interroghi se non sia necessaria una Bretton Woods continentale che stabilisca un nuovo ordine.



(©L'Osservatore Romano 11 maggio 2011)
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