Islamabad e Washington tra diffidenza e collaborazione

Così lontani così vicini

di GABRIELE NICOLÒ

Lontani e vicini, Pakistan e Stati Uniti. Mai, forse, come questa volta. Il raid che ha portato all'uccisione di Osama bin Laden ha contribuito ad allargare il solco tra i due Paesi, che, nello stesso tempo, ben sanno che per sconfiggere Al Qaeda è necessario un impegno comune. Questa situazione a due facce ha trovato conferma nella recente missione, a Islamabad, del senatore John Kerry, presidente della Commissione esteri del Senato statunitense. Non si è fatto mistero, nell'occasione, delle divergenze tra Pakistan e Stati Uniti. Kerry stesso ha ipotizzato il ritiro dei finanziamenti a beneficio di Islamabad nell'ambito della lotta al terrorismo. Nello stesso tempo, tuttavia, il senatore ha ribadito l'esigenza di andare al di là delle divisioni: il successo contro Al Qaeda, infatti, richiede un fronte unico. Aspre frizioni potrebbero rivelarsi assai nocive. E proprio in queste ore il capo di stato maggiore statunitense, Mike Mullen, ha dichiarato che una rottura nei rapporti fra Stati Uniti e Pakistan avrebbe conseguenze "estremamente negative". Islamabad, tra l'altro, ha rapporti tesi non solo con gli Stati Uniti.
Ne è prova quanto accaduto martedì, quando due elicotteri Nato hanno sconfinato dall'Afghanistan orientale nel territorio pakistano: secondo l'intelligence di Islamabad, nello sconfinamento i velivoli hanno aperto il fuoco contro una postazione militare, ferendo due soldati locali. L'esercito pakistano ha subito presentato una "vibrata protesta" all'Isaf che, dal canto suo, ha assicurato che sono in corso verifiche per accertare eventuali responsabilità. Certo l'operazione delle forze speciali statunitensi che ha portato all'eliminazione di bin Laden non ha aiutato i rapporti tra Stati Uniti e Pakistan. Islamabad ha contestato l'iniziativa perché inscritta in una "dimensione unilaterale" lesiva della sovranità del Pakistan. E i vertici militari di Islamabad, all'indomani del raid nel covo di Abbottabad, hanno ammonito Washington a non ripetere operazioni di questo tipo. Nello stesso tempo, tuttavia, una volta venute alla luce le circostanze del raid, nuovi sospetti si sono addensati sulle autorità pakistane, già da tempo accusate di non fare abbastanza per sconfiggere il terrorismo.
Il covo di bin Laden era vicino a Islamabad, e non (come era lecito attendersi) in zone montagnose quanto mai impervie. E questo elemento è servito a rilanciare la dose di diffidenza, presso i diversi soggetti della politica internazionale, riguardo alla reale volontà del Pakistan di liberare il proprio territorio dagli elementi estremisti. Lo stesso premier pakistano Gilani non ha nascosto un certo imbarazzo nell'apprendere dove era situato il covo. Durante la visita del senatore Kerry, il premier pakistano ha auspicato che le relazioni fra i due Paesi si fondino sempre di più su principi di fiducia reciproca ed equità. Sempre Gilani, in un'intervista a "Le Figaro", ha sottolineato l'importanza di conservare "buoni rapporti" con Washington, proprio nella consapevolezza che divisioni sul fronte del terrorismo potrebbero essere letali.
Nello stesso tempo, tuttavia, "The Wall Street Journal" riporta le reazioni risentite dei vertici militari pakistani per il raid "tutto statunitense" contro bin Laden. Una situazione, in sostanza, a doppio binario, in cui il gioco degli equilibri diplomatici si presenta particolarmente arduo. Basti pensare alle parole accuratamente scelte dal presidente statunitense Obama nel sollecitare un'inchiesta (poi avviata da Gilani) per accertare l'eventuale presenza di elementi infiltrati nell'intelligence pakistana: Obama ha tenuto a precisare che l'inchiesta deve essere "tutta pakistana" nell'interesse stesso del Paese, della sua sicurezza e stabilità: ma, intanto, si faccia veramente chiarezza nell'interesse di tutti, questo il senso sotteso alla richiesta del capo della Casa Bianca.



(©L'Osservatore Romano 20 maggio 2011)
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