I segni dalla terra sismica

Il freddo, il fango, la fatica non sono riusciti a cancellare la luce dei segni racchiusi nelle undici ore vissute da Benedetto XVI in Calabria. Il Papa era atteso in mattinata a Lamezia Terme, nel pomeriggio a Serra San Bruno e alla celebre certosa. Il suo breve passaggio, alla gente di Lamezia alle prese, come quasi l'intero Meridione, con una difficile lotta quotidiana per il riscatto sociale, è parsa già in sé un segno desiderato per riprendere fiducia. A Serra, dove san Bruno, originario della Germania, ha lasciato un'impronta indelebile, l'incontro con un Papa conterraneo del santo monaco è stato di sprone e rinnovata determinazione per uscire dalla grave crisi occupazionale specialmente giovanile. Benedetto XVI si è messo in sintonia con la gente che lo attendeva dall'alba dopo una notte di pioggia torrenziale e ha detto parole chiare indirizzate a tutti gli abitanti della Calabria, "una terra sismica - l'ha definita - non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale". Dall'emergenza della disoccupazione e della criminalità "spesso efferata", si esce solo insieme, in modo solidale, crescendo nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell'altro e di ogni bene pubblico. Ai cattolici, in particolare, ha ricordato la necessità di un lavoro pastorale "moderno e organico", nell'unità di tutte le forze cristiane intorno al vescovo, diffondendo la pratica della Lectio divina e divulgando la conoscenza della dottrina sociale. Da queste due iniziative il Papa si attende la nascita di "una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune". La tappa di Lamezia non è stato per il Pontefice un intermezzo nel suo pellegrinare verso la certosa, luogo simbolico che racchiude il segreto per la soluzione ai problemi umani. Qui è giunto infatti senza tralasciare nessuna delle domande delle persone incontrate. Le ha portate con sé allargando l'orizzonte per meglio intravedere almeno la soluzione ai mali del territorio. Il desiderio costante in Benedetto XVI di restare legato al carisma della vita contemplativa nasce dalla convinzione che il monastero non ha esaurito la sua funzione di bonifica. È solo cambiato il contesto. Anziché le paludi, oggi i monasteri servono a bonificare il clima che si respira nelle nostre società "inquinato da una mentalità che non è cristiana e nemmeno umana". Restano infatti modello "di una società che pone al centro Dio e la relazione fraterna".
È stato interessante il dialogo che si è stabilito tra il Papa e il priore della certosa durante la celebrazione dei vespri. Uno scambio singolare e profondo sull'amore di Dio che diventa universale, forse uno dei momenti simbolici, nella sua spoglia semplicità, del pontificato di Benedetto XVI.
Il priore ha espresso l'umile coscienza di sé che i monaci coltivano, consapevoli di occupare un posto marginale nella Chiesa e poi ha parlato della vita monastica come esperienza d'amore che abbraccia il mondo intero, della solitudine che si apre a una comunione universale. Il Papa ha risposto rivolgendosi ai monaci ma con intenzione di parlare a tutta la Chiesa, sottolineando il "legame profondo che esiste tra Pietro e Bruno, tra il servizio pastorale all'unità della Chiesa e la vocazione contemplativa nella Chiesa". Questi "afferrati" dall'amore per Dio, testimoni dell'essenziale aiutano la Chiesa e il mondo a ritrovare la propria anima, spingono le città degli uomini a liberarsi del rumore e del vuoto spirituale per tornare a sperimentare "la Realtà più reale che ci sia". Perciò, un pizzico di anima claustrale non guasta mai.

c. d. c.



(©L'Osservatore Romano 10-11 ottobre 2011)
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