Passa per Washington il rischio di recessione globale

L'epicentro
della crisi economica

di LUCA M. POSSATI

Be afraid: soltanto una trovata giornalistica? No, il titolo dell'"Economist" - nell'edizione del 30 settembre con la copertina che ritrae un buco nero nello spazio cosmico - coglie l'essenza: anche se il tracollo europeo sarà evitato, le prospettive per l'economia mondiale restano negative. Questo perché - scrive il settimanale britannico - "nei Paesi ricchi aumentano le misure di austerità mentre in quelli emergenti la crescita rallenta, incidendo su quella globale". Ma c'è una terza ragione: il Governo degli Stati Uniti minaccia di frenare la ripresa "con un'irresponsabile politica di bilancio". Appunto, gli Stati Uniti.
Difficile credere che il vero epicentro della crisi in questo momento non sia l'Europa. Eppure, nelle ultime settimane i leader Ue hanno dato segnali di maggior unità e coerenza - almeno in apparenza - rispetto ai loro colleghi americani. Democratici e repubblicani sono ancora divisi sulla questione del deficit e sulle riforme da attuare per far uscire il Paese dal pantano in cui si trova. Ci sono aspetti chiave - il lavoro, la sanità, le nuove regole della finanza, solo per citare i più importanti - su cui il dibattito è stato portato all'estremo e, anche per ragioni di agenda elettorale, prevalgono le contraddizioni. Un fatto è sicuro: nel 2012 gli Stati Uniti dovranno affrontare un taglio della spesa pubblica più ampio rispetto a qualsiasi altro Paese. Al Congresso i repubblicani stanno facendo ostruzionismo, mentre Obama preferisce cavalcare l'onda della protesta di Occupy Wall Street e rimproverare alla Cina di manipolare il tasso di cambio dello yuan. La super commissione creata dalla Casa Bianca per ridurre il deficit non sta compiendo progressi: dopo settimane di incontri, i dodici membri dell'organismo non sembrano aver compiuto alcun passo in avanti rispetto a quando si sono riuniti per la prima volta un mese fa. E la mancanza di progressi alimenta lo scetticismo sulla possibilità di raggiungere un accordo per tagliare il deficit di 1200 miliardi di dollari in dieci anni. Le motivazioni dello stallo sono le stesse che quest'estate hanno bloccato per settimane l'accordo sull'aumento del tetto del debito: le tasse e i tagli ai programmi di assistenza quali Medicare e Medicaid. I democratici non firmeranno alcun accordo che non includa un aumento delle entrate fiscali, mentre i repubblicani sono anti-tasse.
Se - come sostiene anche l'"Economist" - i leader politici non sanno cosa fare e vanno avanti giorno per giorno, un'utile indicazione potrebbero trovarla nei numeri. Le difficoltà attuali - in base ai dati del "New York Times" - stanno tagliando drasticamente i redditi delle famiglie americane, riducendone gli standard di vita. Da dicembre 2007 a giugno 2011 i redditi sono scesi del 9,8 per cento: una cosa mai vista negli ultimi decenni. Soltanto nel 2011 sono calati del 6,7 per cento a fronte della flessione del 3,8 nei due anni precedenti. Il calo - spiegano gli esperti - è legato soprattutto al mercato del lavoro e, in particolare, al numero elevato di persone che da troppo tempo sono fuori dal circuito occupazionale e hanno smesso di cercare. Pesa anche il calo dei salari orari, che non è stato in grado di tenere il passo dell'inflazione. La contrazione dell'economia con la crisi finanziaria del 2008 è stata significativamente diversa dalle precedenti: nel dicembre 2007 un disoccupato restava senza lavoro in media 16,6 settimane, mentre nel giugno 2009 questo lasso di tempo è salito a 24,1 settimane fino a raggiungere le attuali 40,5 settimane, il periodo più lungo negli ultimi anni.
Il problema principale è dunque il lavoro. Per farlo ripartire - sottolineano molti analisti - la Casa Bianca ha a disposizione un'unica strada: riallacciare il dialogo con il settore imprenditoriale, e soprattutto con le piccole e medie imprese. Ma per fare questo servono soldi, tanti soldi. L'Amministrazione Obama - dice il "Wall Street Journal" - sta valutando un piano per attirare investimenti esteri per mille miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Intanto la tensione sociale cresce inesorabile.
Basteranno le buone intenzioni di chi vuole restare alla Casa Bianca? L'unica a poter ridare fiducia al sistema è la Fed: l'operazione Twist - il piano che prevede la vendita di quattrocento miliardi di dollari di titoli di Stato con scadenza entro i prossimi tre anni e l'acquisto di un pari ammontare di titoli con maturazione tra i sei e trent'anni - ha funzionato e le prospettive d'investimento stanno migliorando. Ma Bernanke è stato chiaro: la politica monetaria non è la panacea di tutti i mali. Un terzo quantitative easing non è un'ipotesi credibile, viste le controindicazioni inflazionistiche. Serve un'azione forte di Washington. Elezioni permettendo.



(©L'Osservatore Romano 15 Ottobre 2011)
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