Rincari dei prodotti agricoli e insicurezza alimentare

Il prezzo della fame

di PIERLUIGI NATALIA

"L'intera comunità internazionale deve agire subito e con forza per sradicare l'insicurezza alimentare dal pianeta". Questa affermazione apre il recente rapporto pubblicato dalle tre agenzie dell'Onu specifiche del settore, l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), il Programma alimentare mondiale (Pam) e il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad). Quest'anno, Fao, Pam e Ifad hanno curato, per la prima volta congiuntamente, il tradizionale State of Food Insicutity (Sofi), il rapporto sullo stato dell'insicurezza alimentare nel mondo finora pubblicato annualmente dalla Fao.
Non è certo la prima volta che la lotta alla fame è posta come principale priorità mondiale dai documenti dell'Onu. Ma il Sofi 2011 pone con più evidenza che nel passato la necessità di una revisione radicale delle politiche in questo campo e altrettanto emerge dal tema "Prezzi degli alimenti, dalla crisi alla stabilità", scelto per la Giornata mondiale dell'alimentazione del 16 ottobre.
Le dinamiche dei prezzi agricoli, imposte dalla globalizzazione del commercio, hanno già portato devastazioni e minacciano di diventare incontrollabili. Ponendo l'accento sui rincari e sulla volatilità dei prezzi delle derrate alimentari, il Sofi 2011 sottolinea che "i piccoli agricoltori e i più poveri diventano sempre più vulnerabili" e che nel lungo periodo ciò avrà gravi ripercussioni sullo sviluppo di interi Paesi. A pagare il prezzo maggiore è come sempre l'Africa, cioè proprio il continente con meno responsabilità nei meccanismi finanziari che hanno provocato e prolungano la crisi globale, ma che subisce più di tutti le distorsioni dei mercati internazionali. Il Sofi 2011 richiama le responsabilità delle economie forti, sottolineando che "servono maggiori investimenti a lungo termine nel settore agricolo, privilegiando le iniziative dei piccoli contadini, principali produttori di cibo in molti parti del mondo in via di sviluppo". Il documento, cioè, conferma che lo sviluppo rurale - con il consolidamento e il rilancio, ma anche con l'ammodernamento della piccola agricoltura - è un passaggio decisivo e obbligato per il futuro dell'Africa e del mondo.
Certamente servono investimenti, pubblici e privati, nei sistemi d'irrigazione, nella ricerca per le sementi più adatte e nella tutela dell'ambiente. Ma l'elemento chiave è soprattutto politico: occorrono regole commerciali che proteggano i prezzi interni dalle oscillazioni di quelli internazionali. Così come accade per tanti altri prodotti - si pensi alla finanza drogata dai mutui subprime o alle speculazioni sulle materie prime energetiche - a determinare il costo del cibo sono soprattutto le vendite allo scoperto, il mercato dei futures. Se i rincari del prezzo all'origine dei prodotti agricoli hanno nei Paesi ricchi un peso poco rilevante nel loro costo al consumatore, determinato in massima parte dalla filiera di distribuzione, nei Paesi poveri la situazione è ben diversa. Dati diffusi dalla Banca mondiale proprio in questi giorni mostrano che l'aumento del prezzo del cibo tra il 2010 e il 2011 ha fatto precipitare più di settanta milioni di persone nella povertà estrema.
Da qui la necessità sollecitata dall'Onu di regole più efficaci per arginare la speculazione. Ma così come accade sull'altro cruciale versante dello sviluppo, cioè il lavoro, anche nel settore del commercio le dichiarazioni internazionali non si traducono mai in provvedimenti concreti. Nessuna volontà politica a livello mondiale riesce a opporsi a una finanza che, in materia di agricoltura, si occupa solo di determinare i prezzi dei prodotti destinati ai consumi del nord del mondo - spesso in regime di proprietà internazionale e, comunque, vincolate ai meccanismi commerciali globali - ed erode sempre più l'agricoltura di sussistenza.



(©L'Osservatore Romano 16 ottobre 2011)
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