Una storia d'Avvento

Paolino


di FERDINANDO CANCELLI

Quando, quattordici anni fa, siamo venuti ad abitare in questa zona, appena sposati, Paolino era appena nato. Affetto da una rara malattia genetica, piccolissimo e singolarissimo, sembrava già vecchio; ci capitava di vederlo nella sua culla portatile caricato in fretta dai genitori, gli occhi bassi, su un'auto in attesa davanti a un palazzo come tanti della nostra città. Magari tornava, a distanza di alcuni giorni, in compagnia delle governanti.
Per tutti questi anni è stato per noi una presenza felice: inatteso come un folletto, lo abbiamo visto scomparire bambino dentro a una macchina e ricomparire dietro un albero del viale ormai ragazzino, sempre lieto. Quante volte Paolino, col suo volto storto e sorridente, la sua andatura scomposta e faticosa, i suoi sorrisi e i suoi sguardi che pochi per la strada hanno il coraggio di incrociare, ci ha riportato a noi stessi, ci ha restituito alla realtà solamente con la sua presenza discreta, minuscola e malata.
Ci siamo ritrovati con gli occhi bassi e lui era lì a fissarci a testa alta. Ci siamo riconosciuti falsi perché ci è venuto in mente, incontrandolo, che lui non è nemmeno in grado di mentire. Siamo usciti di casa tristi, carichi di pensieri e, nell'incrociarlo con un giocattolo tra le mani, abbiamo pensato subito che la sua e la nostra vita è nelle mani di Chi non ci vuole dispersi nei pensieri del nostro cuore.
I genitori si vedono poco con lui. Paolino è accompagnato quasi sempre dalle tante signore che gli stanno accanto giorno e notte: a tutte lui dà la mano, fiducioso, le guarda negli occhi, sorride alla pioggia e allo smog, sorride ai passanti, si guarda le dita e saltellando fa la sua passeggiatina quotidiana.
Paolino è diverso da noi: è dipendente eppure libero, è fragile eppure felice, zoppica ma ogni suo passo lo porta lontano, non parla ma si fa capire benissimo. Anche Chi l'ha creato lo tiene per mano come un piccolo figlio.
Ce lo mostra anche in questo Avvento come un fragile, eloquente mistero di semplice vita e di vera libertà, come un segno che ci aiuta a trovare la strada e a sentirci di nuovo creature, di nuovo capaci di dire con il profeta Isaia: "Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani".



(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
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