L'Epifania tra liturgia e feste popolari

Il Bambino
e il segno della croce

di GIULIANO ZANCHI

Epifàneia in greco vuol dire "manifestazione". Ma come i visi umani, il tempo muta anche le parole; le lingue, che si cedono nei secoli il passo, flettono i loro suoni nei rivoli bizzarri dei mille dialetti: ebifaneia, poi ebbefania, befania, alla fine befana. Transiti fonetici che testimoniano tra l'altro il bisogno inesorabile, come di qualcosa che appartiene allo spirito umano, di attrarre le rivelazioni più alte del cielo alla misura più meschina del metabolismo materiale della terra; e testimoniano anche la spiccata condiscendente vocazione dei grandi temi cristiani a ospitare e contenere pure gli elementi di una sensibilità umana più elementare, i suoi fremiti più nascosti e indecifrati, le sue paure originarie come le sue più ingenue attese.
Dal Signore che mostra un viso di carne in Gesù, a una vecchia che vola su un manico di scopa: sovrapposizioni che ci appartengono, e di cui si nutre anche la celebrazione di questa epigone liturgica del tempo natalizio. Celebrazione civile di costume, molto prima che liturgica: e di un resistente immaginario legato a segrete alchimie di elementi, a quotidiane giocose superstizioni e antiche magiche credenze, a nascosti oscuri rapporti tra l'umano destino, gli umori della terra e i segni del cielo.
Anche i tre magi, che nei cortei di paese talvolta galvanizzano le liturgie, vengono direttamente dall'oriente un po' moresco di un medioevo di ascendenza romantica (i lumi algidi e un po' gelidi di questi secoli di esattezza hanno, loro malgrado, eccitato una nostra attrazione per il chiaroscuro, un certo gusto della penombra e del mistero). Sazi ed esausti per giorni colmi e stratificati di ricorrenze liturgiche, non senza un nascosto sollievo, si prende il proprio posto in chiesa: e ancora la parola cristiana si fa viva. Nella liturgia essa si offre come la presenza di Gesù tra l'ansia inquieta di un re violento, le attese sincere e di bocca buona di antichi pastori, la pianificata sognante ricerca di sofisticati sapienti.
Voracità dei potenti, aspirazioni elementari di povera gente, elaborate categorie di uomini di cultura: ognuno arriva con la parzialità delle sue domande a occupare il suo posto in chiesa come quelli nel presepe. A ognuno la liturgia vuol far vedere come, nel Signore Gesù, Dio decide di dedicarsi a queste domande. Cambiandole di segno, conducendole una per una all'unica questione di vita o di morte, scorticandone l'epidermide fino a portare a viva luce il nervo scoperto dell'umana incompiutezza.
Le braccia aperte del bambino, che l'industria del sacro replica in legioni seriali di plastica, tracciano già il segno della croce pasquale: ogni madre con bambino nella storia dell'arte è già una Pietà, e sempre il Cristo morto riposa nel grembo di Maria con l'abbandono di un bimbo che dorme. Alle domande umane è sempre il segno del dare e riavere la vita che viene dato: anche in quest'abile allusione evangelica nella nascita di Dio sotto gli occhi di ogni uomo.
È difficile dire quanto senso di consapevole onore e quanto invece di celebrazione dell'infantile sia mescolato nel gesto che oggi si compie in tutte le chiese di dare un bacio alla statua del bambino. Eppure, anche stavolta, anche a questa generazione, non viene dato altro segno se non quello antico di Giona (quel profeta che, come Gesù, sta per tre giorni nel ventre del male per essere restituito infine alla luce). La liturgia declina con le sue forme il grande codice della Scrittura e questo, nei contorni di cento profili che rincorrono continuamente se stessi, disegna un'unica grande figura: quella di Gesù morto e risorto. Una e unica, essa è destinata a essere visibile da tutti: dai poveri e dai ricchi, dagli stupidi e dai sapienti, a oriente e a occidente, a chi negli inferi è sceso da tempo e a quelle generazioni che ancora devono venire.
Questo si dà a vedere nell'epifania del Signore. Un segmento rituale antico e fortunatamente sopravvissuto, inserisce difatti, dopo il vangelo dell'Epifania, l'annunzio del giorno di Pasqua. La contabilità frammentaria del tempo umano e civile è come provvisoriamente redenta da questo tempo della liturgia che cerca di afferrare questo tempo umano così volatile legandolo al giorno della Pasqua e di seminarne segni intermittenti: come soste che rinfrancano e promesse che incoraggiano. Perché in Gesù vediamo con chiarezza che nessuna vita è partorita inutilmente; e nessuno muore invano.



(©L'Osservatore Romano 6 gennaio 2012)
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