L'equilibrio nella comunicazione secondo Benedetto XVI

Per un uso responsabile e maturo dei media


di JOSÉ MARÍA GIL TAMAYO

Non pochi osservatori sono restati sorpresi dal contenuto del messaggio che, con il titolo Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione, Benedetto XVI ha scritto per la quarantaseiesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si terrà il prossimo 20 maggio. La particolarità viene proprio - come se fossero elementi di un binomio che si escludono a vicenda - dall'audace rivendicazione del silenzio per ottenere una comunicazione davvero umana e cristiana.
Il Papa ha osservato che "il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto (...) Là dove i messaggi e l'informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio (...) Per questo è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di "ecosistema" che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni".
Con queste riflessioni e domande Benedetto XVI, fedele alla sua scelta di preservare l'humanitas della comunicazione, non fa altro che salvaguardare nella persona il senso della ricerca della verità, del bene e della bellezza, e con esse la capacità di discernimento razionale e di amore reciproco, come pure la sua apertura all'unica realtà trascendente e fondante che può essere solo Dio stesso. Queste dimensioni, in non pochi ambienti, specialmente quelli urbani, sono messe in pericolo dallo stile di vita attuale e dall'inquinamento di un sistema di comunicazione esagerato ed estraneo a qualsiasi considerazione etica, che tanto influsso esercita nel nostro tempo e allo stesso tempo preoccupa genitori ed educatori, soprattutto quando coinvolge i più piccoli. Queste conseguenze sono fonte di preoccupazione anche per il Papa, al punto che, riflettendo proprio su di esse, nella sua visita alla certosa di Serra San Bruno, lo scorso 9 ottobre ha sottolineato il valore e l'attualità della testimonianza di solitudine e di silenzio contemplativo dei monaci. Una testimonianza, di recente descritta in modo originale e bello nel film Il grande silenzio di Philip Gröning, che continua ad attirare tante persone alla ricerca nei monasteri di autentiche oasi di pace e di serenità, di preghiera e di riflessione.
In definitiva, veri ecosistemi vitali, creati dalla sapienza e dalla prassi cristiana, dove, a partire dal primato di Dio, si ordinano, in modo benefico e armonioso, le dimensioni essenziali della persona in rapporto con lui e con gli altri. Questo stile di vita esemplarmente cristiano, che comporta silenzio e parola, azione e contemplazione (ora et labora), non deve essere necessariamente circoscritto alla realtà fisica dei monasteri, ma può e deve anche essere trasferito, dal punto di vista esistenziale, ad altri spazi e tempi della vita ordinaria di noi tutti cristiani, come impronta stessa della nostra condizione.
Al contrario, quando ciò non avviene e quando non si fa un uso responsabile e maturo dei mezzi di comunicazione e delle nuove tecnologie che li rendono possibili, l'interiorità delle persone, tanto necessaria per il loro sviluppo spirituale, resta troncata in una superficialità e in un relativismo sterili sia per le autentiche relazioni umane sia per la contemplazione e il rapporto con Dio. Si produce così un sottile e continuo effetto disumanizzante dove si perdono di vista Dio e l'uomo e al quale il Papa vuole porre rimedio. Per questo motivo, il messaggio di Benedetto XVI non deve essere percepito come un ritorno al passato o come un invito a un oscuramento mediatico, improprio del nostro tempo, ma piuttosto ciò che si desume da esso è un desiderio di illuminare - con il suo stile positivo e sulla base della grande tradizione di saggezza morale della Chiesa - l'ambito decisivo della comunicazione, concentrandosi sulla questione più importante posta dal progresso tecnologico dei media, a favore del quale il Papa fa una scelta decisa. Sì, grazie a esso, come ricordava il suo predecessore, il beato Giovanni Paolo II, l'uomo diventa "veramente migliore, cioè più maturo spiritualmente, più cosciente della dignità della sua umanità, più responsabile, più aperto agli altri, in particolare verso i più bisognosi e più deboli, più disponibile a dare e portare aiuto a tutti" (Redemptor hominis, 15). In definitiva, più capace di Dio e degli altri. Più felice.



(©L'Osservatore Romano 12 febbraio 2012)
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