Nessuno è prigioniero del proprio ristretto orizzonte di vita

La speranza
in un abbraccio


di CRISTIAN MARTINI GRIMALDI

Sembra la riedizione in versione contemporanea della parabola del buon samaritano. La campagna dei Free Hugs ("abbracci gratis"), nata diversi anni fa in Australia e ora diffusa in tutto il mondo, si propone infatti di distribuire "atti di benevolenza" in modo del tutto casuale e gratuito.
Il video che l'ideatore della campagna Juan Mann ha realizzato in un centro commerciale di Sydney, in un momento della sua vita di particolare solitudine, ha avuto oltre settanta milioni di visite.
Nel video il protagonista, dall'aria vagamente hippie (barba incolta, capelli lunghi), va alla ricerca di un gesto di affetto da parte di estranei. Tenendo in mano un'enorme insegna con su scritto "abbracci gratis", riscuote inizialmente diffidenza e anche il comprensibile timore che si tratti di un folle. Ma quando una minuta vecchietta, incuriosita da quella scritta così insolita, si fa avanti lasciandosi abbracciare, ecco che scatta una contagiosa emulazione tra i passanti. Perché i gesti spontanei sono contagiosi, come le risate. Così, vinta l'iniziale diffidenza, si scatena perfino una gara per l'abbraccio più originale, quasi una forma di happening.
Il fenomeno poi, tramite la rete, è trasmigrato in tutto il mondo: non solo negli Stati Uniti, ma anche in Giappone e in Europa. Uno di questi video che ha avuto maggiore diffusione è stato girato a Sondrio. Anche nella città lombarda si sono riviste le stesse dinamiche di interazione tra sconosciuti che si erano osservate nel video originario di diversi anni prima (realizzato però dall'altra parte del mondo): iniziale diffidenza, poi coinvolgente entusiasmo. Questo perché dove c'è una sincera richiesta di soccorso o anche solo una momentanea sollecitazione al contatto umano, sembra scattare in ognuno un incondizionato slancio di solidarietà verso il prossimo.
La Free Hugs Campaign, nata inizialmente come una pubblica richiesta di abbraccio da parte di un singolo e rivolta a una folla indistinta, si è trasformata in un'estemporanea e rara occasione di interazione e contatto tra estranei in un luogo pubblico. Da questa esperienza emerge che anche una massa indistinta di persone - come quelle che solitamente animano un centro commerciale o un aeroporto, dove ognuno è apparentemente distante, apparentemente preso esclusivamente dalle proprie personali faccende - porta dentro di sé una richiesta inespressa di coinvolgimento e di vicinanza con il prossimo che però non ha occasione di rendere esplicita.
Questo perché la nostra è una società altamente vigilata, dove i drammi a cielo aperto sono rari, dove le occasioni per esercitare una forma di carità sono razionalmente organizzate, circoscritte in nicchie sociali distanti e distinte dagli spazi della vita di tutti i giorni. Anche i mendicanti, infatti, non si distribuiscono casualmente nelle nostre città, ma si spartiscono con metodo quasi scientifico sempre gli stessi incroci nevralgici.
Ed ecco che basta un'insolita e imprevedibile circostanza e quegli stessi spazi pubblici così pessimisticamente e precipitosamente giudicati come sterili dal punto di vista umano - Marc Augé li definì con un neologismo "nonluoghi", ovvero territori contraddistinti dal consumo di massa, dell'appagamento frenetico del desiderio, luoghi di transito dove le persone si incrociano senza mai innescare alcun tipo di relazione - ritornano invece a pulsare di umanità e di fratellanza.
Perché nessuno, per quanto invischiato nei propri problemi, è mai veramente prigioniero del proprio ristretto orizzonte di vita, ma al contrario è sempre capace di aprirsi, lì dove sboccia un'occasione imprevista, a un gratuito gesto di simbolica speranza.



(©L'Osservatore Romano 14 marzo 2012)
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