L'umiltà che fa grandi i più piccoli

Quaresima a Torino


di FERDINANDO CANCELLI

Fa troppo caldo a Torino per essere quaresima e la strada, non bagnata da tempo, è polverosa, piena di macchine, quasi impossibile trovare parcheggio. Oggi la collega non poteva andare, quindi il signor Luigi lo visito io. L'avevo conosciuto qualche mese fa, all'inizio dell'assistenza. Due rampe di scale buie, niente ascensore, una porta che si apre sull'ultimo gradino. Luigi e sua moglie sono in cucina, in una piccolissima cucina dove non c'è spazio se non per l'essenziale di ogni giorno: vivono lì da cinquant'anni, da quando sono sposati. Mi siedo al tavolo con loro; era tanto che non bevevo un bicchiere d'acqua resa frizzante dalla magnesia: impensabile rifiutare.
"La silicosi ce l'ho da trent'anni: lavoravo in fonderia, all'altoforno" mi dice Luigi. Quante volte gli sarà stato concesso il tempo di raccontare il suo lavoro? Questo pensiero mi calma, nella mattina convulsa ci deve essere spazio per lasciar raccontare, per lasciar prendere alla cura una dimensione più umana, narrativa, quasi sapienziale. Mi si dischiude un mondo insospettato, una nascosta, quotidiana officina di Vulcano: tondini di ferro a 1200 gradi, polvere ovunque, 40 gradi costanti nell'ambiente, otto litri di acqua e limonina bevuti in otto ore "per tirare avanti e togliersi quel secco dalla bocca che non lasciava respirare".
È come un sogno, Luigi mi porta con lui anche indietro nel tempo. "Io tossivo e il medico in fabbrica mi diceva che forse la silicosi l'avevo presa in campagna". Giovanni Paolo II ci guarda dalla parete e pare ascoltare anche lui, un po' chino come era negli ultimi anni, con i suoi occhi vivissimi: "Lui avrebbe capito più di me, lui - penso subito - la fabbrica la conosceva bene, forse per questo è qui in questa cucina con noi".
Emerso da trent'anni d'inferno, Luigi non ha perso il suo sorriso. Non ha una parola di astio, soppesa il passato ma con l'equilibrio tranquillo di chi sa che c'è un futuro al di là delle apparenze, sempre accompagnato dalla moglie. "D'estate cambiavo la biancheria tre volte al giorno - mi dice lei - perché anche il sudore era giallo come la limonina che mio marito beveva. Ma com'era bello quando la sera rientrava. Le case popolari si animavano e ci trovavamo d'estate con le sedie giù nel cortile a parlare fino a tardi".
Mi lavo le mani e anche il bagno è il piccolo specchio di queste due vite, a cominciare da quell'asciugamano di lino stiratissimo con le loro iniziali, tassativamente riservato al medico, come la saponetta nuova. C'è un'attitudine di grande riconoscenza in ogni angolo, in ogni parola, in ogni atteggiamento, una dignità esemplare che forse solo chi ha sudato in una città diversa da quella di oggi sa conservare intatta; un pudore in ogni gesto che è segno di quell'umiltà che fa grandi i più piccoli.
Lascio l'elenco delle medicine sul tavolo mentre un gatto passa sul balcone. Uno sguardo a Giovanni Paolo II e ci salutiamo. Nel profumo del bucato appena steso che inonda le scale c'è già tutta la gioia di Pasqua.



(©L'Osservatore Romano 22 marzo 2012)
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