La maternità nel film francese "17 ragazze"

Un nuovo desiderio nascosto


di LUCETTA SCARAFFIA

Per tanti anni, nelle culture occidentali l'eros è stato considerato il desiderio proibito e represso, e quindi il più intenso, ma oggi molti segnali ci dicono che qualcosa in proposito sta cambiando. Oggi che il sesso è diventato, al contrario, quasi un obbligo, un dovere sociale, il desiderio represso, nascosto, soprattutto per le giovani donne, è quello della maternità. Ne vediamo le prime avvisaglie nei romanzi anglosassoni rivolti soprattutto a un pubblico femminile, proprio quel genere di testi che decenni fa aveva lanciato la moda della libertà sessuale delle donne. Adesso in questi racconti fanno la loro comparsa i neonati, arrivati spesso dopo anni di desiderio inappagato, e molte pagine sono dedicate alla descrizione del rapporto con i bambini e della felicità che ne deriva alle madri.
In silenzio, senza che nessuno ne parli, stiamo vivendo una situazione drammatica: lo rivela anche la semplice esperienza, tipica di tutti coloro che vivono nei Paesi "avanzati", del vedere il numero esiguo di bambini per le strade, nelle chiese. Ormai infatti, anche in famiglia, i bambini sono rari e quindi contesi, e manca ovunque il contributo vivificante del loro stupore, della loro energia vitale.
Un film francese uscito anche in Italia - 17 ragazze, che si ispira a un fatto realmente accaduto in un piccolo centro del Minnesota - riesce a comunicare con grande efficacia questa situazione, fornendo molti elementi di riflessione.
In una scuola media superiore di una cittadina, in piena decadenza economica e culturale, una sedicenne rimane incinta e, invece di parlarne con la madre, sempre assente e distratta, si confida con le amiche e decide di tenere il bambino per cambiare qualcosa nella sua vita vuota di affetti e di stimoli, priva di prospettive. In rapida successione, ben sedici sue coetanee - il gruppo delle amiche più strette - rimangono incinte: per scelta, per vivere insieme un sogno, un'utopia di vita comune in cui le ragazze, con i loro bambini, sperano di vivere aiutandosi a vicenda.
Certo in questa scelta - vissuta con timore e cecità dagli adulti, insegnanti e genitori, che non sanno altro che ripetere stanche soluzioni, come "mettiamo un distributore di preservativi a scuola" - c'è la volontà di dare una risposta al disagio giovanile, al nichilismo di una vita vuota, senza desideri: il sesso ormai a disposizione di tutti, senza impegno e coinvolgimento, come si vede dal modo disinvolto in cui le ragazze riescono a raggiungere il loro scopo procreativo, non è più oggetto di desiderio. Sono ragazze delle classi popolari, con poca voglia di studiare e quindi quasi prive di prospettive di un futuro professionale, figlie di famiglie disfatte o dilaniate dai conflitti, per le quali avere un figlio diventa l'unico desiderio proibito, l'unica forma di protesta, ma al tempo stesso di speranza per il futuro: "Almeno con un figlio sapremo cosa fare" dice una, e un'altra le fa eco: "Avrò sempre qualcuno che mi vuole bene".
I bambini, tutti meno uno, nasceranno, anche se la comune poi non si costituirà, e saranno le famiglie ad affrontare l'emergenza. Famiglie che hanno ricevuto ciò che oggi sembra essere l'unico segnale di allarme in grado di scuoterle da una passiva rassegnazione nei confronti del disagio dei figli.
Il film, che mette in luce i chiaroscuri di una situazione difficile e piena di contraddizioni, è capace di restituire - mostrando le ragazze incinte che sentono con emozione il bambino muoversi, e vedono con ammirata meraviglia il loro corpo cambiare - il mistero e la potenza della procreazione, il contributo di energia e vitalità che questo miracolo riesce a donare anche a un gruppo umano così disperato e vuoto.



(©L'Osservatore Romano 13 aprile 2012)
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