Ambrogio e Roma

Dove è Pietro
là è la Chiesa

di Inos Biffi

Nel 374, dopo la morte dell'ariano Aussenzio, il popolo di Milano - con l'approvazione dell'imperatore Valentiniano I - sceglieva come vescovo Ambrogio, da qualche anno governatore (consularis) della Liguria e dell'Aemilia, con l'incarico dell'amministrazione e dell'esercizio della giustizia. Se le opposte fazioni si erano accordate sul suo nome, significa che il governatore raccoglieva l'approvazione generale e aveva messo in pratica, lui per primo, quello che più tardi avrebbe affermato del bravo giudice, il quale "non agisce a capriccio o per interesse personale, non porta niente da casa sua già fissato, obbedisce alle leggi ed esamina le cause serenamente" (Expositio Psalmi CXVIII, 20, 37).
Con l'elezione episcopale di Ambrogio si avverava sorprendentemente la singolare esortazione del prefetto Probo, quando da Sirmio lo aveva inviato a Milano: "Va' e amministra non come un giudice, ma come un vescovo".
Ambrogio era un romano di famiglia senatoriale e di tradizione cattolica che contava tra i suoi membri una martire, Sotere, anche se, pur già quarantenne, non fosse ancora battezzato. Lui stesso ricorderà la sua ferma resistenza a quella nomina inattesa e dichiarerà che a forza lo avevano "strappato dai tribunali e dalle funzioni amministrative" (De officiis, I, 1, 1). Ma a partire dal battesimo e dalla non desiderata elezione episcopale, la sua vita diventa una dedizione totale alla Chiesa, che verrà chiamata dopo di lui ambrosiana. La sua saggezza e il suo magistero sull'ortodossia della fede e sulla condotta cristiana lasceranno un'impronta indelebile nella Chiesa universale, ma anzitutto era vivo in lui il senso della sua Chiesa, con l'identità, le prerogative, la tradizione che la contrassegnavano e che egli concorrerà ad arricchire con la sua dottrina e le sue geniali iniziative pastorali. Egli dirà a proposito di una particolarità liturgica: "Io desidero seguire in tutto la Chiesa di Roma, tuttavia anche noi, come gli altri uomini, abbiamo il nostro modo di pensare" (De sacramentis, III, 1, 5). Due Chiese (se così le possiamo chiamare), quella di Milano e quella di Roma, che convivevano concordi nell'opera e nell'affetto di Ambrogio.
D'altronde, non meraviglia che egli non potesse dimenticare la città che lo aveva formato con la sua cultura e della quale portava a Milano come consularis la sapienza del governo, così come ovviamente continuava a permanere vivo il ricordo della sua Chiesa nativa. E, infatti, celebrerà ed esalterà i martiri romani Lorenzo, Agnese, Pietro e Paolo, insieme con quelli milanesi, a cominciare da Vittore, Nabore, Felice, e quindi Nazaro e Celso, e Protasio e Gervasio, da lui ritrovati negli antichi cimiteri di Milano.
In modo tutto speciale, egli portava intimamente, quasi nostalgicamente, impresso nella sua memoria e nella sua pietà il culto con cui a Roma si veneravano gli apostoli Pietro e Paolo. Nell'inno a loro dedicato farà cantare ai milanesi: "Folle di popolo fitte si muovono per l'ampia distesa dell'Urbe; su tre diverse strade si celebra la festa dei martiri santi" (Apostolorum passio, 25-28), e le strade sono la "via Trionfale", la "via Ostiense", e la "via Appia". Nello stesso inno Ambrogio designerà la città di Roma coi nomi di "eletta", "capo dei popoli", "sede del maestro delle genti", dove "pare si riversi il mondo intero" (vv. 29-32).
Più volte, poi, il vescovo di Milano riconosce ed elogia il primato di Pietro, fondato sulla sua professione di fede nella divinità di Cristo (De sacramento dominicae incarnationis, IV, 32). In Pietro, dichiara, "c'è il fondamento della Chiesa e il magistero della disciplina" (De virginitate, 16, 105). "Fondata saldamente sulla pietra apostolica", scrive (Epistulae, 36, 1), la Chiesa non potrà essere sfasciata e sommersa dalle tempeste; quanto a Pietro è personalmente "pietra della Chiesa" (Aeterne rerum conditor). Ed ecco l'icastica asserzione: "Dove c'è Pietro, là c'è la Chiesa" (Explanatio Psalmi XL, 30, 5): un vincolo inscindibile lega insomma la Chiesa a Pietro, punto permanente di riferimento e centro della fede e della comunione.
Spiegando il Simbolo, Ambrogio osserverà: "Questo è il simbolo accolto dalla Chiesa romana, dove Pietro, il primo degli apostoli, ebbe la sua sede, e dove portò l'espressione della fede comune" (Explanatio simboli, 7). Particolarmente illuminante è quanto narra nel De excessu fratris, I, 47, ossia che, sbarcato in Sardegna dopo il naufragio, egli rifiutò di ricevere il battesimo dal vescovo Lucifero di Cagliari, dal momento che non era in comunione "con i vescovi cattolici, cioè con la Chiesa romana", e, pur conservando la fede in Dio, non conservava "la fede nella Chiesa di Dio".
E sempre alla Chiesa di Roma viene attribuita la prerogativa di essere "capo di tutto il mondo romano", luogo della "sacrosanta fede degli apostoli", da cui "si diffondono in tutte le Chiese i principî che stabiliscono la venerabile comunione che le unisce" (Epistula extra collectionem, 5, 4). Essa è la Chiesa che "sempre custodisce e conserva intatto il simbolo degli apostoli" (Epistulae, 15, 5).
Se, dunque, la figura dell'antico e autorevole governatore, di stirpe senatoria e clarissimus, si imponeva per il profilo politico nel contesto dei suoi tempi - si pensi alla sua azione e ai suoi autorevoli interventi, sia presso gli imperatori sia nelle stesse vicende religiose dell'Urbe - resta per Ambrogio indiscussa, in ogni caso, la necessità del vincolo con la Chiesa di Roma e col successore di Pietro per godere della comunione ecclesiale e per essere assicurati dell'autenticità della professione cristiana.



(©L'Osservatore Romano 2 giugno 2012)
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