Il coro di Westminster Abbey a Roma

Quando si celebra insieme Dio nella bellezza

di Nigel Marcus Baker
Ambasciatore di Gran Bretagna presso la Santa Sede

Il poeta e saggista inglese Joseph Addison (1672-1719), in A Song for St Cecilia's Day del 1694, definiva la musica: the greatest good that mortals know / And all of heaven we have below ("il più grande bene che i mortali conoscano. E tutto ciò che del paradiso noi abbiamo quaggiù"). Abbiamo avuto una dimostrazione pratica di questa affermazione la scorsa settimana, quando il coro dell'Abbazia di Westminster, cantando da solo o insieme al coro della Cappella Sistina, ci ha portato "tutto ciò che del paradiso noi abbiamo" attraverso le funzioni e i concerti tenuti a Santa Maria Maggiore, nella Cappella Sistina, nella basilica di San Pietro e in Santa Maria sopra Minerva.
Da oltre un millennio Westminster Abbey è una chiesa cristiana. Malgrado il nome, che ricorda la comunità monastica benedettina originale, è stata formalmente istituita, con atto regio, come "chiesa collegiale di San Pietro", dedicata, come la basilica di San Pietro a Roma, al primo degli apostoli. Fuori dalla giurisdizione episcopale, è una grande chiesa al centro della nazione. Custodisce la cappella di sant'Edoardo il Confessore (che regnò dal 1043 al 1066), ed è il luogo di riposo di molti altri sovrani inglesi, compresi il suo grande benefattore Enrico III (regno 1216-1272), le sue sorelle divise dalla fede religiosa, Maria i (1553-1558) ed Elisabetta i (1558-1603), e Maria, regina di Scozia, cugina cattolica di Elisabetta i, giustiziata nel 1587 a causa del suo complotto per rovesciare l'istituzione anglicana di Elisabetta. Qui è sepolto Newton, proprio come Dickens, Darwin e Chaucer, e i compositori Händel e Purcell. L'abbazia è più di un santuario nazionale; è un santuario della vita nazionale.
Al suo centro c'è il coro, istituito nel quattordicesimo secolo come fondazione corale di fanciulli e uomini, responsabile delle funzioni corali quotidiane dell'abbazia e con il compito di cantare ai numerosi eventi reali, statali e nazionali che vi si svolgono. È stato questo il coro che ha animato la funzione della preghiera della sera celebrata alla presenza di Papa Benedetto XVI nel settembre 2010. Ed è stato Papa Benedetto XVI a chiedere che il coro venisse a Roma, in questo anno in cui si celebra il cinquantesimo anniversario del concilio Vaticano II, per cantare alla sua presenza in occasione delle celebrazioni della solennità dei santi Pietro e Paolo. Nessun altro coro, men che meno un coro anglicano, aveva mai cantato insieme al coro della Cappella Sistina in questa importantissima messa papale.
Questa visita, su richiesta del Papa, è stata più di un simbolo ecumenico. È stata ecumenismo in azione. The beauty of holiness (Sal 96, 8), la cultura di celebrare Dio attraverso la bellezza, è condivisa dalla tradizione cattolica romana e da quella anglicana.
Dopo la funzione della preghiera della sera a Santa Maria sopra Minerva, David Richardson, il rappresentante a Roma dell'arcivescovo di Canterbury, ha ricordato le parole dell'arcivescovo Archibald Tait (1811-1882): "i sermoni dividono laddove la musica unisce". La forza unificatrice della musica è stata sperimentata nella maniera più intensa durante la messa pontificia per i santi Pietro e Paolo, nel momento solenne dell'Eucaristia. Mentre Papa Benedetto distribuiva la comunione, il coro di Westminster Abbey eseguiva il grande e sereno canto dell'Ave Verum Corpus di William Byrd (1540-1623), certamente uno dei migliori compositori inglesi. Visse e lavorò in un tempo convulso dal punto di vista religioso, e scrisse sia per il rito riformato inglese, sia per quello romano. Era un gentiluomo della Cappella Reale. Ma per tutta la vita rimase un cattolico leale, componendo accompagnamenti per la messa latina in un tempo in cui, dopo la scomunica della regina Elisabetta da parte di Papa Pio v, la celebrazione del rito romano in Inghilterra era punibile con la condanna a morte per tradimento. E tuttavia è stata proprio la musica di Byrd, cantata in maniera eccellente da un coro anglicano, durante una messa papale, a unire Roma e Canterbury, il Regno Unito e la Santa Sede.
Mi auguro che ci possano essere molti altri momenti simili. Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, e il decano di Westminster, John Hall, dopo il concerto comune nella Cappella Sistina il 28 giugno, tenuto dal coro della Cappella Sistina e da quello di Westminster Abbey, sono stati concordi nel ritenere che questa straordinaria armonia musicale deve essere la via per procedere nelle relazioni ecumeniche. La nostra musica scaturisce da una radice comune, arricchita nel suo sviluppo, fino alla piena fioritura, da tradizioni distinte, ma complementari, che possiamo apprezzare oggi. Con le parole del Salmo 46, tradotto in musica nella straordinaria antifona di Orlando Gibbons, cantata la scorsa settimana a Santa Maria Maggiore e a Santa Maria sopra Minerva: O clap your hands together, all ye people: O sing unto God with the voice of melody.



(©L'Osservatore Romano 6 luglio 2012)
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