In un romanzo di Francesca Kay

Una parrocchia
a Londra

di Lucetta Scaraffia

La tradizione letteraria inglese ci ha offerto grandi romanzi cattolici, forse i più belli del Novecento, e ancora continua a sorprenderci oggi. Questa volta con Il bambino sbagliato di Francesca Kay, scrittrice di madre indiana e padre inglese, appena pubblicato da Bollati Boringhieri in Italia.
In una Londra contemporanea, la vicenda, o meglio la rete di vicende che si intersecano, si annoda intorno a una parrocchia cattolica e a due sacerdoti, anche se il parroco — figura forte e importante pur nella sua assenza — arriverà solo alla fine. Il prete che deve affrontare, disperatamente solo, l’intricata storia è il complicato e insicuro padre Diamond, che ha abbandonato una carriera di ricercatore matematico per la missione sacerdotale, vissuta in modo tormentato, tranne quando la esercita nelle opere di pietà e di assistenza. Intorno, un mondo femminile, come succede sempre più spesso nelle parrocchie: donne di diversa età ed estrazione sociale, che hanno in comune solo la disponibilità a collaborare alla manutenzione della chiesa. Nelle loro vite si declinano in modo differente, ma sempre intenso e complesso, il tema della maternità, vissuto come madri vere o come madri mancate, e la felicità, ma anche l’angoscia, che la maternità stessa comporta.
Vi sono tanti altri fili che si dipanano nella narrazione, come il rapporto con il cibo: le donne cucinano e mangiano, e soprattutto comprano, alimenti differenti e ne fanno un uso molto diverso. Particolarmente ben riuscito il racconto di come, in una situazione di marginalità sociale, il cibo spazzatura possa diventare l’unica fonte di piacere e di difesa dall’asprezza della vita.
C’è anche il punto di vista di uno psicanalista di origini musulmane, ormai ateo, che riflette sull’indifferenza della sua classe sociale: «In questo era simile a quasi tutti quelli che conosceva: sua moglie, gli amici, i colleghi: rispettabile, civile, tollerante, intelligente: gente come lui non aveva bisogno del conforto del soprannaturale». Ma che poi, continuando nella riflessione, si chiede: «Se è vero che Aristotele, Platone, Dante, Shakespeare, Beethoven e Bach credevano seriamente in Dio, come possiamo noi essere certi che si sbagliassero?».
La vita della parrocchia si svolge stancamente: solo la speranza di un miracolo, di un prodigio che attira giornalisti e troupe televisive sembra aumentare l’afflusso alle funzioni e l’interesse per le liturgie pasquali. Perché in un mondo tutto superficialità e apparenza pare che Dio, per farsi ascoltare, debba manifestarsi con “effetti speciali”. Ma invece non è così: in un intrecciarsi di colpi di scena, fino al drammatico e inaspettato epilogo, che ricorda come la vita ci sorprende sempre, e chi ci sembra più in pericolo invece è più al sicuro. Così, due persone molto diverse tra loro — una immigrata sudamericana che entra in chiesa solo attratta dal miracolo, e padre Diamond, tanto sconvolto dagli eventi da sentire la sua fede vacillare — avvertiranno distintamente nel loro cuore la voce di Dio rispondere alle loro ansie e alle loro domande.
In un affresco molto ben fatto della società contemporanea e con uno stile nitido e forte, Kay affronta un tema fondamentale di ogni tempo: quello del rapporto dell’essere umano con Dio nella ricerca di un senso della vita, fra delusioni quotidiane e dolori immensi. E cerca di capire, insieme al lettore, se una risposta a queste domande la può ancora dare la Chiesa cattolica nella forma, spesso modesta, in cui la può incontrare un credente qualsiasi, fra parrocchie che appaiono antiquate e preti che non sempre rispondono alle aspettative. Tuttavia, la conclusione è in fondo positiva: pur senza clamore, in modo misterioso ma percepibile, Dio risponde e promette che farà «nuove tutte le cose».



(©L'Osservatore Romano 8 luglio 2012)
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