Stati Uniti al voto

La Casa Bianca
sul filo di lana

di Giuseppe Fiorentino

Sarà un testa a testa fino all'ultimo voto: Barack Obama e Mitt Romney sono consapevoli che domani la corsa alla Casa Bianca si giocherà davvero sul filo di lana. Per questo i due candidati, in un faticosissimo finale di campagna elettorale, hanno compiuto gli ultimi blitz negli Stati considerati in bilico, a caccia degli elettori ancora indecisi. Indecisi anche se recarsi alle urne. Tanto che i volontari del partito democratico e di quello repubblicano stanno ormai battendo le contee più incerte porta a porta, bussando a tutte le case e telefonando a tutte le famiglie.
Gli ultimi appelli di Obama e Romney hanno toni drammatici, perché, concordano entrambi, in gioco non ci sono solo i prossimi quattro anni, ma c'è il futuro dell'America. In soccorso di Obama è arrivato anche Bill Clinton, presente a tutti gli ultimi comizi del candidato democratico. E il presidente in carica ha ottenuto gli endorsement - per la verità nemmeno convintissimi - del "Financial Times" e dell'"Economist". Le due prestigiose testate riconoscono a Obama di essere riuscito quanto meno a rallentare la pericolosa spirale della crisi economica che, al momento del suo ingresso alla Casa Bianca, sembrava davvero potere sfociare in una nuova grande depressione con 800.000 nuovi disoccupati ogni mese.
Certo - affermano i detrattori che imputano al presidente di non avere offerto seri stimoli di crescita economica - meno di così non era possibile fare. Ma sta di fatto che iniziative quali il salvataggio dalla General Motors e della Chrysler, insieme agli stress-test e la conseguente ricapitalizzazione delle banche hanno, secondo alcuni, garantito la tenuta del sistema americano.
A queste argomentazioni Romney risponde sottolineando appunto come all'economia a stelle e strisce manchi una vera strategia di stimolo. E con tesi care alla tradizione repubblicana promette, in caso di vittoria, una presenza meno invadente dello Stato centrale e un'importante politica di sgravi fiscali. Il suo obiettivo dichiarato è la creazione di dodici milioni di posti di lavoro nei prossimi quattro anni, con una media di 250.000 nuovi impieghi al mese.
Bisogna tuttavia sottolineare come in soccorso di Obama siano giunti i dati più recenti sull'occupazione, cresciuta negli Stati Uniti più di quanto gli analisti pensassero. Nell'ultimo mese 171.000 persone sono riuscite a trovare lavoro, 50.000 in più rispetto alle attese. "L'economia dà segni evidenti di ripresa" ha potuto esultare il presidente, la cui popolarità è tornata a crescere grazie alla capacità di reazione di fronte al passaggio dell'uragano Sandy, una capacità riconosciuta anche da alcuni esponenti repubblicani di rilievo, come il governatore del New Jersey, Chris Christie.
Ma lo stesso staff presidenziale è ben cosciente del fatto che attorno a Obama non c'è più quell'aura di entusiasmo e di speranza in una svolta radicale - soprattutto economica - che aveva caratterizzato l'elezione del 2008. E in questo senso non sono serviti i successi in politica estera, terreno in realtà mai davvero decisivo per l'elezione del presidente statunitense, dall'eliminazione di Osama bin Laden all'annuncio del ritiro dall'Afghanistan e dall'Iraq. "The Economist" accusa Obama di avere subito più che plasmato gli eventi della primavera araba, ma in politica internazionale - come ha dimostrato l'ultimo dibattito televisivo - le distanze tra i due candidati non sono poi così nette. Anche se Romney ha proposto un volto più aggressivo nei confronti dell'Iran e della Cina e un atteggiamento chiaramente filo-israeliano nell'annosa questione palestinese.
Obama deve inoltre fare i conti con i sentimenti di importanti comunità religiose - prima fra tutte la Chiesa cattolica - critiche in particolare sull'applicazione della sua riforma sanitaria che, secondo la Conferenza episcopale statunitense, finisce per ledere il diritto alla libertà religiosa.
Alla vigilia del voto la situazione rimane quindi ancora molto incerta e i sondaggi non aiutano a capire come andrà a finire. L'incubo del pareggio, della conta fino all'ultimo voto (come avvenne nel 2000 nella sfida tra George W. Bush e Al Gore) resta dietro l'angolo. Per quel che riguarda i principali swing States Obama sembra resistere in Ohio, mentre in Florida è un sostanziale testa a testa. E non è da escludere un panorama in cui al successo nel voto popolare non corrisponda l'elezione alla Casa Bianca.



(©L'Osservatore Romano 5-6 novembre 2012)
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