In un'omelia del Crisostomo sugli Atti degli apostoli

Abbiamo lo stesso Pietro

di Manuel Nin

Giovanni, poi detto Crisostomo, quando era sacerdote ad Antiochia, commentò nel periodo pasquale dell'anno 388 in alcune omelie l'inizio degli Atti degli apostoli. Nella seconda spiega ai suoi ascoltatori cosa vuol dire essere discepoli di Cristo e quindi essere chiamati cristiani. In particolare si sofferma sulla figura dell'apostolo Pietro, modello nell'amore e nella professione di fede, vincolato alla Chiesa antiochena di cui per primo fu pastore.
Il monaco parte dal testo evangelico di Giovanni e mette in rilievo che il discepolo viene riconosciuto non da miracoli o fatti prodigiosi, ma dalla vita stessa segnata dall'amore vicendevole "gli uni per gli altri" (13, 35). E da buon retore il predicatore sgrana una serie di domande: "Da questo? Da che cosa? Ecco non dai miracoli. Da che cosa? Non dall'amore ai prodigi, ma dall'amore vicendevole: L'amore è la pienezza della legge (Romani, 13, 10)".
Per il Crisostomo l'amore è il carattere del discepolo: "Se hai l'amore diventi apostolo, addirittura il primo degli apostoli". E prosegue parlando dell'apostolo Pietro, a partire della domanda che il Signore risorto gli pone "Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?" (Giovanni, 21,15) e sottolineando come Cristo non chieda a Pietro di operare miracoli o risuscitare morti, bensì di amarlo. Da questo amore deriva la seconda parte delle parole di Gesù: "Pasci le mie pecorelle".
Un'argomentazione molto simile si trova nel Dialogo sul sacerdozio dello stesso Crisostomo, dove il sacerdote è presentato come colui che ama il Signore: "Dice Cristo infatti: Pietro mi ami tu più di costoro? Pascola le mie pecorelle. Poteva per altro dirgli: Se mi ami, pratica il digiuno, il sonno su nuda terra, le vigilie ininterrotte, assumi la difesa degli oppressi, sii come un padre agli orfani e come un marito alle madri loro; invece, lasciando da parte tutte queste cose, che dice? Pascola le mie pecorelle".
Il Crisostomo commenta poi alcuni dei miracoli operati da Pietro e Giovanni negli Atti degli apostoli, ma ribadisce che quello che li distingue come discepoli di Cristo non sono i miracoli quanto l'amore vicendevole: "Vedi che i discepoli erano riconosciuti dal fatto che si amavano a vicenda; e colui che amava Cristo più degli altri apostoli si riconosceva dal fatto che era pastore dei fratelli". Lo stesso primo posto che Pietro occupa tra gli apostoli, gli viene dal suo amore a Cristo.
Verso la conclusione dell'omelia, Giovanni ripete che Pietro diventa il primo tra gli apostoli per il suo amore a Cristo e per la sua confessione di fede: "Lo stesso Pietro non aveva ricevuto questo nome per i miracoli, ma per lo zelo e l'amore sincero. Non perché abbia risuscitato i morti, ma perché con una confessione sincera aveva mostrato la sua fede: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa (Matteo, 16, 18). Perché? Non per i miracoli ma perché confessò: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Matteo, 16, 16)".
Tenendo la sua omelia proprio ad Antiochia, il Crisostomo dà una lettura "petrina" del ruolo e del carattere della sede patriarcale dell'Oronte e come conseguenza anche di quella romana: "E quando faccio menzione di Pietro, si fa presente nel mio animo l'altro Pietro, il nostro comune padre e dottore, che siede nella sua cattedra. È una prerogativa onorevole per la nostra città che abbia ricevuto dall'inizio come dottore il principe degli apostoli. Era giusto che la città che è stata ornata per prima col nome dei 'cristiani' davanti a tutto il mondo, ricevesse per pastore il primo degli apostoli".
Per il predicatore è un dato di fatto che Antiochia è la prima sede di Pietro, la città dei primi "che furono chiamati cristiani", volendo mettere in evidenza che in essa i fedeli vivono nell'amore vicendevole. Subito dopo Giovanni parla anche dell'altra sede petrina, cioè quella romana: "Però, pur avendolo accolto come dottore, non lo abbiamo trattenuto con noi per sempre, ma lo abbiamo ceduto alla regale città di Roma". Così Antiochia non conserva il corpo di Pietro, ma la sua fede: "Infatti anche se non abbiamo il corpo di Pietro, conserviamo con Pietro la sua fede: ritenendo la fede di Pietro abbiamo lo stesso Pietro". E Giovanni, che predica come al solito alla presenza del vescovo Flaviano, aggiunge con fierezza e quasi con tenerezza: "Così anche quando vediamo il suo successore, ci pare di vedere lo stesso Pietro. Preghiamo affinché questo Pietro arrivi alla vecchiaia. E pervenuto alla vecchiaia sarà sempre utile alla nostra giovinezza grazie alle sue preghiere".



(©L'Osservatore Romano 11 -12 marzo 2013)
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