Alle soglie della morte

L'insegnamento di Teresa

di Ferdinando Cancelli

Nel bussare e nell'aprire lentamente la porta per entrare a visitare la signora Teresa si era certi di una cosa: l'avremmo trovata ancora una volta con il sorriso sulle labbra, disponibile a parlare con tutti nonostante le forze la stessero abbandonando giorno per giorno. "Ha visto mio figlio in quella foto?" mi dice una mattina. "Lui è appassionato di montagna, nato con gli sci ai piedi". Mi volto verso la parete di fronte al letto: un ragazzo felice in primo piano, identico alla madre, e sullo sfondo una montagna innevata in pieno sole. "Ha fatto il geologo per poter restare sempre a contatto delle sue amate montagne - mi spiega Teresa - e adesso davvero non le abbandona mai".
L'immagine di questa donna sulla sessantina, esile, consumata dalla malattia, il cui corpo quasi inapparente giace ormai da settimane nel letto dell'unità di cure palliative in un ospedale svizzero è fatta tuttavia di contrasti forti, piena di energia vitale. Tutti ne restano colpiti: la settimana prima di morire Teresa ha accettato il colloquio con due studenti in medicina del terzo anno, quella fase degli studi nella quale ancora non si è incontrato nessun paziente e l'arte medica sembra essere fatta solo di formule, cellule, molecole piuttosto che di persone.
Temevo la cosa potesse stancarla e avevo esitato a lungo nel proporle l'incontro: l'esito è andato ben oltre le attese. Vedo ancora i due giovani studenti venirmi incontro nel corridoio del reparto appena usciti dalla stanza: "Non pensavamo che un malato terminale potesse essere così" mi dice uno tra il sorpreso e l'inquieto. "Così come?" chiedo con calma attendendo domande tecniche sulla situazione clinica. "Così sereno, così sorridente. A noi è venuto da piangere e lei ci ha consolato, ci ha spiegato che attende di ritrovare suo figlio e suo marito morti da pochi anni, che ha visto il sacerdote, che è davvero pronta".
Non la scorderanno più, non scorderanno più la stanza piena di fiori freschissimi che mai sono mancati negli ultimi giorni sul tavolino accanto al letto, non scorderanno più il contrasto tra la forza vitale del suo bianchissimo sorriso e il colore giallo degli occhi segnati dall'ittero che derivava dalla malattia nel suo fegato, quasi segno tangibile di quella lotta tra la vita e la morte dietro la quale però già si intravedevano i segni bianchi della vittoria pasquale oltre ogni disperazione e ogni lacrima.
"Quando la morte si fa così vicina, quando dominano la tristezza e la sofferenza, vi possono ancora essere vita, gioia, moti dell'animo di una profondità e di una intensità magari come mai si erano vissuti in precedenza" scriveva la psicoterapeuta francese Marie de Hennezel alcuni anni fa.
Teresa ha lasciato un grande vuoto nell'unità di cure palliative dove è rimasta negli ultimi tempi ma a tutti ha lasciato un grande insegnamento. Lo stesso che possiamo descrivere con le parole di Romano Guardini riferite all'incontro sul lago di Como con uomo giunto al termine della vita: "Provava un senso di viva aspettativa per quello che sarebbe successo. Il suo sentimento dell'esserci non si concludeva con la morte, ma si estendeva al di là di essa. Egli guardava oltre la morte come se fosse stato alla fine di un giorno o di un anno, con un'aspettativa seria e al tempo stesso gioiosa, aperta a una nuova vita al di là della svolta, e a un tempo a venire che in qualche modo però era già presente".
Questo - conclude il teologo - "è il modo in cui il cristiano deve esistere". Questo, ne abbiamo la certezza, è anche il più grande insegnamento di Teresa.



(©L'Osservatore Romano 10 aprile 2013)
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