Su "Débat" psicanalisi e "mariage pour tous"

La trasmissione interrotta

di Lucetta Scaraffia

Come mai la richiesta di una minoranza fra gli omosessuali - cioè il matrimonio e la possibilità di filiazione - ha raccolto in Francia il sostegno di tanti politici e media, in un momento in cui altre questioni richiederebbero con urgenza la nostra vigilanza? L'identificazione di una parte consistente dei politici con questa battaglia è una questione difficile da capire, scrivono Monette Vacquin e Jean-Pierre Winter, due psicanalisti francesi, sull'ultimo numero della rivista "Débat", in parte dedicato proprio al tema del cosiddetto mariage pour tous.
È questa in fondo la vera domanda che ci si deve porre davanti alla pervicacia con cui si è voluto far approvare il matrimonio degli omosessuali - ricordiamo che nel Paese già era stata riconosciuta la legittimità dei Pacs (Patti civili di solidarietà) per persone dello stesso sesso - e la possibilità per i componenti la coppia di essere riconosciuti "genitori" di figli adottati o nati attraverso inseminazione artificiale. In Francia il dibattito ha coinvolto anche gran parte della società laica, che si è opposta alla legge e ha aperto un confronto veramente interessante. La risposta che Vacquin e Winter danno alla domanda iniziale è che questa minoranza di attivisti "sa parlare il linguaggio che si vuole ascoltare oggi", quello cioè dell'ugualitarismo ideologico, sinonimo di indifferenziazione. Che viene bene accolto, anche se i politici, pur invocando senza sosta trasparenza e verità, iscrivono nel Codice civile affermazioni senza fondamento nella realtà e di cui chiunque può verificare l'inesattezza.
Il problema è dunque proprio il linguaggio, dal quale si vogliono eliminare tutti i termini che segnano la differenza fra uomo e donna, facendolo diventare un linguaggio neutro, in cui i vocaboli "papà" e "mamma" siano sostituiti da "congiunti" o "genitori". Il colpo di scopa ideologico capace di rovesciare secoli di uso e di sopprimere le parole che designano coloro ai quali noi dobbiamo la trasmissione della vita deve appoggiarsi su delle ambivalenze molto antiche e molto condivise, scrivono i due psicanalisti, per avere suscitato tanto entusiasmo.
Dobbiamo quindi considerare questa deriva come un sintomo e una rivelazione di qualcosa che agita le nostre società e che prende la forma del "politicamente corretto": cioè la confessione patetica di un mondo che non sa più ricevere, né trasmettere, né pensare, né gerarchizzare, né classificare. Ma che sa solo rompere e rivendicare. Per la nostra generazione sembra non avere mai fine l'esercizio di superare dei limiti o di distruggere ciò che li incarna, invece di trasmettere qualcosa alle generazioni successive.
Cosa significa l'accanimento della nostra epoca contro tutto ciò che è trasmesso? Certo in questo si intravvede una sorta di dittatura delle minoranze. Ma nella legalizzazione del matrimonio per gli omosessuali non si vede, come rivendicano in tanti, un allargamento dei diritti umani a una minoranza oppressa, quanto piuttosto una riedizione delle utopie del Novecento già rivelatesi fallimentari: quella dell'ugualitarismo, che qui sembra voler cancellare la differenza costitutiva dell'umanità in maschi e femmine, e quella della liberazione da ogni intralcio nella realizzazione dei nostri desideri, se pure impossibili.
Nella realtà, omosessuali ed eterosessuali non appartengono a ranghi separati, come sembra oggi, ma condividono lo stesso mondo, ed è insieme che hanno il compito di prendersi cura delle istituzioni che strutturano e organizzano i legami fra gli esseri umani e fra le generazioni. Ma i cittadini francesi, si chiede l'articolo dei due psicanalisti, "cullati dai discorsi soporiferi sull'amore e la generosità, e accecati da supposti esperti che affermano che non sta succedendo niente di nuovo, hanno preso coscienza dell'arcaica violenza che è all'opera nella cancellazione di padre e madre e della nascita, nei documenti che stabiliscono la nostra identità?".



(©L'Osservatore Romano 2-3 maggio 2013)
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