I cattolici nel dibattito democratico

Il caso francese

di Lucetta Scaraffia

In Francia, preso atto che la legge sui matrimoni tra omosessuali è stata approvata nonostante le ripetute manifestazioni di protesta, il mondo cattolico si è diviso. Fino a qualche settimana fa sembrava avere sostenuto con una certa compattezza l'opposizione alla legge, ma ora "Le Monde" pubblica diversi articoli che mettono in evidenza lo scontento di fedeli che vorrebbero abbandonare questa battaglia.
In sostanza, una parte dei cattolici è contraria a quella che viene definita una sorta di politicizzazione della religione. Secondo loro, infatti, essa dovrebbe restare al di fuori dell'agone politico, dove corre il rischio - come avviene in questo caso - di essere apparentata a una delle parti in lotta.
Si tratta senza dubbio di cattolici preoccupati per la consonanza fra l'opposizione della Chiesa e le posizioni dell'estrema destra, una vicinanza decisamente ingombrante.
La situazione francese fa emergere problemi che sono ormai esperienza quotidiana nei Paesi dove i cattolici hanno a che fare con la vita politica democratica: davanti alle questioni bioetiche o ai nuovi diritti, tutti temi che infiammano le parti politiche, la Chiesa, che pure segue la sua riflessione e le sue coerenze interne, diventa suo malgrado un protagonista politico. E questo avviene non solo quando essa appoggia una delle parti, invece di stare "al di sopra", in una neutralità che secondo alcuni garantirebbe la sua apoliticità, ma anche quando è attaccata: per molti, infatti, prendere posizione contro la Chiesa rappresenta un elemento positivo indiscutibile.
Se questa politicizzazione non voluta costituisce indubbiamente un pericolo, vi è però un'altra conseguenza, per ora non presa in esame: anche il silenzio da parte della Chiesa su temi carichi di significato antropologico avrebbe un significato politico, perché vorrebbe dire che pur di non legarsi a uno schieramento i cattolici scelgono di tacere su questioni che toccano la loro concezione del mondo. In fondo, sarebbe una scelta politica di parte anche quella.
I cattolici critici contro la mobilitazione della Chiesa in questi frangenti contrappongono all'idea di un'istituzione militante, che indica cosa è bene e cosa è male, un'istituzione accogliente e amorosa, che non giudica ma ama tutti. E in effetti trovare un equilibrio fra carità e giustizia è sempre stato nella storia un compito difficile per la Chiesa, in genere risolto con l'affiancare a posizioni severe una pratica pastorale di accoglienza e di misericordia.
Ma qui non si tratta di comportamenti personali discutibili o di violenze facilmente esecrabili, cioè di episodi isolati condannabili: in questi casi - come nella legalizzazione del matrimonio tra omosessuale - vi è un problema più grave, una trasformazione antropologica della società, che porta a un profondo cambiamento. Rispetto al quale i dubbi non vengono solo da parte cattolica e da ambienti conservatori, ma anche da intellettuali laici progressisti, le cui riserve, in genere molto ben argomentate, in Francia hanno arricchito la discussione in questi mesi e hanno aperto alla Chiesa un campo di riflessione prezioso.
Come ha ricordato su "La Croix" del 27 maggio il direttore Dominique Quinio, "è intorno a una concezione globale della società che manifestano tanti francesi". Certo, ogni caso costituisce un unicum sul quale bisogna riflettere a parte, ma quello francese senza dubbio offre varie occasioni di riflessione per tutti, e non può essere liquidato superficialmente invocando un appello all'accoglienza che sembra sempre sistemare ogni cosa e piacere a tutti.



(©L'Osservatore Romano 29 maggio 2013)
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