Il fenomeno dei rifugiati

Una tragedia ai margini

di Gualtiero Bassetti
Arcivescovo metropolita
di Perugia-Città della Pieve

Tra le molte definizioni utilizzate dagli storici per sintetizzare il XX secolo c'è n'è anche una poco nota al grande pubblico ma estremamente importante perché rivelatrice di un fenomeno di proporzioni vastissime: il Novecento è stato il "secolo dei rifugiati". Un fenomeno che inizia, grossomodo, durante la prima guerra mondiale e arriva fino ai giorni nostri con tutto il deposito di sopraffazione, violenze e sofferenze che si sono progressivamente accumulate negli ultimi sessant'anni.
Due recenti pubblicazioni ci forniscono uno spaccato prezioso della realtà odierna permettendoci di aprire gli occhi, la mente e anche il cuore su un fenomeno quasi sempre ai margini del discorso pubblico: il documento Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate, redatto congiuntamente dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e dal Pontificio Consiglio Cor Unum; e il Rapporto annuale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati Atlante sprar 2011-2012.
Due pubblicazioni che mettono al centro della propria riflessione un elemento decisivo per la missione della Chiesa e, soprattutto, non più derogabile per le politiche degli Stati: la centralità della persona e la salvaguardia, ad ogni costo, della dignità umana. Papa Francesco, a questo riguardo, ha recentemente usato parole illuminanti sul fenomeno di rifugiati: "Cari amici, non dimenticate la carne di Cristo che è nella carne dei rifugiati: la loro carne è la carne di Cristo". Parole inequivocabili che testimoniano, innanzitutto, la centralità e la drammaticità di questa realtà. Laddove c'è un essere umano c'è sempre la presenza divina del creatore. Negli ultimi, negli affamati e negli indigenti, Cristo si manifesta come un soccorritore ineffabile, che si piega amorevolmente a sorreggere i disagiati e a curare le piaghe dei sofferenti.
È sufficiente citare alcuni dati, tratti dall'Atlante sprar 2011-2012, per cogliere l'enorme portata sociale di questo fenomeno: nel 2011, all'interno di un insieme complessivo di circa 214 milioni di migranti, circa 26 milioni erano gli sfollati, 15 milioni i rifugiati e circa 895000 i richiedenti asilo. Complessivamente, più di 42 milioni persone erano state costrette a fuggire forzosamente dalla loro terra di origine. E tra questi, ben il 49 per cento erano donne e ragazze. Per intenderci: è come se quasi tutta la popolazione di un Paese come la Spagna si mettesse in moto e lasciasse le proprie case perché costretta a fuggire a causa di guerre, conflitti etnici, persecuzioni o mancato riconoscimento dei loro diritti essenziali.
Numeri impressionanti di un fenomeno vastissimo che richiama alla mente, immediatamente, un altro tema assolutamente centrale del mondo contemporaneo: quello delle "periferie" popolate dai cosiddetti "rifugiati urbani". Quelle periferie che non sono solamente un luogo geografico ma indicano anche e soprattutto una dimensione esistenziale. Ci mostrano quei luoghi dell'anima, minati da una povertà materiale e una miseria morale, che costringono a mettere in relazione, senza infingimenti e moralismi di varia fattura, il nord e il sud del mondo. Quel nord che, parafrasando le parole del beato Giovanni Paolo ii, è caratterizzato da "un'apostasia silenziosa da parte dell'uomo sazio che vive come se Dio non esistesse", e che quel sud che, invece, minato dalla povertà e dalla disperazione, bussa sempre più insistentemente alle porte del mondo occidentale.
Queste situazioni limite, rappresentate dal mondo delle migrazioni e della mobilità umana, e in particolar modo dei rifugiati, ci esortano, dunque, ad "uscire" dalle nostre quotidiane certezze e ad "andare" verso questi mondi di sofferenza. Mondi in cui si nasconde, tra l'altro, una delle pagine più penose e abbiette del nostro tempo: la tratta degli esseri umani che rappresenta, come ha detto il Santo Padre, la "schiavitù più estesa in questo ventunesimo secolo" e che riguarda, sempre più spesso, i bambini, coinvolti nelle forme peggiori di sfruttamento e reclutati persino nei conflitti armati.
I milioni di rifugiati, sfollati e apolidi - che vengono efficacemente "raccontati" e "sintetizzati" attraverso le pagine di queste pubblicazioni - rappresentano un'umanità itinerante a cui noi dobbiamo avvicinarci con sguardo paterno e slancio misericordioso, invocando, con forza, l'impegno diretto di tutte le organizzazioni internazionali. Perché, come ha ricordato il Santo Padre, "curando le ferite dei rifugiati, degli sfollati e delle vittime dei traffici" tutti quanti possiamo mettere "in pratica il comandamento della carità che Gesù ci ha lasciato, quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento".
Memori dell'ammonimento del Signore, "ero forestiero, e mi avete ospitato", è dunque doveroso aprirci all'accoglienza degli altri, specie di chi è nel bisogno, favorendo un'integrazione sociale che permetta la costruzione di un'unica famiglia umana. Infatti, se il cristiano vede nel rifugiato un proprio fratello, non è certo solamente una concessione alla pietà, ma è soprattutto un atto di fedeltà alla Verità, perché egli vede sempre nell'altro la figura di Cristo.



(©L'Osservatore Romano 12 giugno 2013)
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