Papa Francesco a Lampedusa

Per una nuova storia

di Franco La Cecla

Nella visita di Papa Francesco a Lampedusa ci sono alcuni elementi che nella loro freschezza e immediatezza raccontano il significato del gesto al pari delle parole pronunciate durante la messa. Il primo, dopo l'omaggio agli immigrati annegati in mare, Ŕ l'incontro sul molo Favaloro con un gruppo di giovani (una cinquantina) arrivati con i barconi dall'Africa. Il secondo Ŕ la presenza di handicappati e di migranti nelle prime file dinanzi all'altare durante la messa nello stadio, un lato del quale Ŕ occupato dalle carcasse delle "carrette del mare" a bordo delle quali hanno perso la vita in questi anni migliaia di persone. Il terzo Ŕ l'assenza di qualsiasi autoritÓ pubblica, a eccezione del sindaco coraggioso di Lampedusa, Giusi Nicolini. Si aggiunge a questi elementi una nuova consapevolezza della popolazione della piccola isola. Solo due anni fa venne promessa una forma di "risarcimento" per il danno causato al turismo dalle immagini degli sbarchi e dei naufragi. Oggi il Papa ha incontrato la popolazione e l'ha invitata a prendere con orgoglio il posto d'avanguardia nella lotta contro l'indifferenza. E una scena che si aggiunge agli elementi straordinari di questa visita Ŕ stata la reazione dei turisti presenti nell'isola che abbracciavano i migranti per strada e si fermavano a parlare con loro.
Papa Francesco ha indicato i lampedusani come popolazione modello per un'Europa che non ha ancora capito quanto gravi siano le responsabilitÓ per l'ininterrotta catena di morti al largo di queste coste come di quelle spagnole e francesi. Una strage che chiede giustizia, che deve scuotere e scandalizzare. Come Ŕ successo al Papa qualche settimana fa aprendo il giornale e leggendo dell'ennesimo naufragio. Non Ŕ possibile che l'Europa si senta assolta da una colpa sempre pi¨ grave nei confronti di madri, bambini, giovani e uomini che finiscono in fondo al mare.
Queste morti sono uno scandalo e i migranti non vanno pi¨ considerati come l'altro da respingere a tutti i costi, ma sono invece quel futuro dell'Europa come continente dalla vocazione universale a cui Papa Francesco implicitamente ha fatto riferimento con la sua venuta. ╚ importante che il Pontefice abbia rivendicato a sÚ quello che nessun governante europeo riesce oggi a incarnare: lo spirito universale che guida i diritti a una vita degna per tutti.
La Chiesa nel suo ruolo di testimone di un messaggio al di lÓ di ogni frontiera Ŕ in prima linea proprio sui confini, allo stesso tempo sempre pi¨ artificiali e atroci, di un mondo globalizzato. Non Ŕ un caso che il Papa abbia detto a Lampedusa che dobbiamo sfuggire alla globalizzazione dell'indifferenza, conseguenza di una globalizzazione economica che ha svuotato l'universalismo di qualunque significato. ╚ ora che i cristiani si facciano testimoni nel mondo della necessitÓ di un'umanitÓ sentita come condizione comune di accesso alla salvezza. Una salvezza intesa nel senso pi¨ basilare di sopravvivenza e pi¨ ampio di diritto a una vita piena. Credo che Papa Francesco abbia voluto indicare che i confini del cristianesimo non coincidono con quelli dell'occidente. Rifiutando anche di identificare l'islam, l'induismo, l'animismo come rappresentanti di un mondo lontano dalla Chiesa e dalla sua missione universale, rivolta cioŔ all'umanitÓ.
Nell'invito del Pontefice a vedere i migranti come fratelli c'Ŕ il monito a non accettare pi¨ il ricatto di una globalizzazione che ha trasformato in scontro di civiltÓ la possibilitÓ reale di una convivenza ricca e nuova tra fedi e culture diverse. Il Santo Padre ha ricordato che Lampedusa Ŕ uno scoglio a cui si aggrappa la disperazione di chi fugge da condizioni difficili o impossibili.
Ma il Pontefice ha ricordato che l'isola siciliana Ŕ anche una lampada e un faro - iscritti nel nome stesso dell'isola - che illuminano la speranza di un'umanitÓ futura oltre la banalitÓ della divisione del Mediterraneo risalente a diversi secoli fa. Nella sua modernitÓ, il messaggio di Papa Francesco ci ricorda che da allora la storia Ŕ andata avanti e ci chiede altre soluzioni e altro coraggio.



(©L'Osservatore Romano 10 luglio 2013)
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