L'inno di Giorgio Warda per la Vergine

Oggi il tuo nome diventa Anna

di Manuel Nin

Giorgio Warda è tra i principali innografi della tradizione siro-orientale, vissuto tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII secolo ad Arbela, nell'attuale Iraq. Warda ("rosa", in siriaco) sembra essere un soprannome legato alla raccolta delle sue composizioni poetiche, omelie metriche per le feste liturgiche del Signore, della madre di Dio e dei santi.
Nei testi dedicati a Maria, il poeta la chiama madre del Salvatore, del Messia, dell'Emanuele. In un inno dedicato alla Vergine, Giorgio segue da vicino il Protovangelo di Giacomo nella versione siriaca e inizia con un'invocazione a Cristo affinché gli dia la forza di cantare la lode di sua madre. Il poeta confessa la propria indegnità per cantare la lode di Maria e chiede al Signore che sia lui a sostenerlo, che sia lui stesso a tessere la lode di sua madre: "Signore, come a Pietro nel mare porgimi la mano. Chi è in grado di raccontare la storia di Maria e di esporla come si conviene? Le labbra umane non sono degne di parlare di quel cielo che l'umanità tutta stenta a raggiungere. Il suo figlio è l'unico che la può capire, solo il suo amato è capace di farla conoscere come a lei conviene. Io supplico te, suo figlio e suo Dio, di sostenermi col tuo soccorso".
Giorgio parla poi dei genitori della madre di Dio, nella versione siriaca del Protovangelo di Giacomo Sadoq e Dina. Giorgio li presenta come irreprensibili nella fede e pieni di timore del Signore. Disprezzati per la mancanza di prole, sopportavano la loro condizione nel dolore e nella preghiera. "Sadoq uscì e andò nel deserto e lì, con lacrime di penitenza si astenne dal cibo fino a quando non fu esaudito". Particolarmente accorata è la preghiera di sua moglie Dina, accostata a quella di Anna, madre di Samuele: "Guai a me, Signore! Tu mi hai umiliata fra le mie conoscenze e resa spregevole fra gli uomini. La terra è feconda e io no; le acque sono feconde e io no; gli alberi sono fecondi ed io no! O buono che ti effondi con munificenza, o giusto che hai avuto pietà di Anna, abbi pietà della tua serva, e degnati di benedire me, o misericordioso!". L'autore canta poi il concepimento di Maria nel seno di Dina, ormai anch'essa diventata Anna: "Uno spirito volò dal cielo e le disse: "Smetti di piangere, il tuo nome sarà Anna. Il misericordioso che ebbe pietà di Anna la profetessa, ha avuto pietà di te e ti darà una figlia". La santa concepì la santa e la santificata, la maritata concepì la non maritata. Così, di fronte a questo annuncio, la beata e il giusto furono confermati nella speranza".
In cinque strofe Giorgio descrive l'ingresso di Maria nel Tempio visto come una consacrazione al Signore: "Quando ebbe compiuto tre anni, i suoi santi genitori la condussero al Tempio e la consacrarono al Signore". E qui l'autore fa riferimento alla presenza di dieci vergini, tema ripreso dal venticinquesimo capitolo del vangelo di Matteo, che accompagnano la bimba: "Le vergini, con in mano le lampade accese, circondarono Maria e attirarono gli sguardi di colei che era castissima. La madre del Signore degli angeli si separò da ogni cosa terrestre e abitò gloriosa nella dimora dei giusti".
L'autore del poema prosegue con lo sposalizio di Maria con Giuseppe, "quando ebbe dodici anni e venne per lei il tempo di concepire nel suo castissimo seno la perla dei tesori dell'altissimo, destinata ad arricchire il mondo". Giorgio riprende la simbologia della perla applicata al Figlio di Dio, già presente in Efrem e in altri autori di tradizione siriaca. E nelle strofe successive sviluppa il tema, anch'esso nel Protovangelo di Giacomo, del rifiuto di Giuseppe di prendere Maria a causa di un suo precedente matrimonio da cui aveva avuto figli e figlie. Il sommo sacerdote, divenuto profeta, conclude rincuorando il promesso sposo: "Giuseppe, prendi la tua sposa e va, e possa la pace del Signore stare sempre con te! Attraverso di lei Dio, il Signore dell'universo, vuole riscattare il mondo intero".
Nelle ultime strofe è cantata l'incarnazione di Cristo nel seno di Maria: "Allora l'altissimo visitò la sua ancella, fece scendere su di lei la sua potenza e il suo Verbo, trasformandola in trono e abitacolo del proprio figlio". chiude il poema una dossologia che invoca la protezione divina su Maria: "Gloria al Dio vittorioso, che esaltò il tuo corpo innocente! Ti protegga, o vergine predetta da Isaia, la benedizione del Signore. In te le Chiese procedano trionfanti!".



(©L'Osservatore Romano 21 novembre 2013)
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