L’esortazione apostolica «Evangelii gaudium»

Fuori dagli schemi


di Antonio Pelayo

Sono trascorse appena tre settimane dalla pubblicazione e la Evangelii gaudium sembra essere stata inghiottita dalla terra. Quanto meno dal punto di vista mediatico. Dopo una copertura molto generosa, e in un certo senso insolita, sulle prime pagine dei giornali, in spazi prioritari radiofonici e televisivi, l’esortazione apostolica è stata seppellita dal silenzio. Ci sono state eccezioni, naturalmente, ma non fanno che confermare la regola.
C’è una prima spiegazione a questo fenomeno: il testo scritto da Jorge Mario Bergoglio è una miniera di titoli; in quasi tutte le sue pagine si possono trovare frasi singolari, affascinanti, innovatrici, in alcuni punti quasi rivoluzionarie. Sono queste frasi ad aver scalato le colonne dell’informazione a volte tradendo — estratte dal contesto — il loro vero significato. Era facile lasciarsi trascinare dall’equivoco, isolando un’affermazione in mezzo ad altre nel corso del lungo testo. Più difficile invece dedicarsi a un’analisi dettagliata di un insieme tanto ricco quanto complesso.
D’altro canto neanche alcune delle riflessioni scritte nelle prime quarantotto ore dalla sua pubblicazione volavano tanto in alto e denotavano un certo disorientamento nell’interpretare un documento papale che rompe gli schemi ai quali siamo abituati.
In primo luogo il Papa definisce il suo scritto un’esortazione apostolica (sopprimendo l’aggettivo post-sinodale) sentendosi in un certo senso obbligato a raccogliere le conclusioni del sinodo del 2012 sulla nuova evangelizzazione. Ma, per purezza ermeneutica, siamo di fronte a un’enciclica in piena regola e a un’enciclica che è un programma di pontificato come lo sono state al loro tempo la Ecclesiam suam di Paolo vi (varie volte citata), la Redemptoris hominis di Giovanni Paolo ii e la Deus caritas est di Benedetto xvi. A nove mesi dall’elezione, il Papa argentino ha voluto esporre per longum et latum il suo programma innovatore: come si legge nel testo, «indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni».
Siamo di fronte a un programma più di fondo che di superficie. Papa Francesco non entra in definizioni strategiche e ancor meno annuncia misure di governo. Va alla radice della vera conversione di cui ha bisogno oggi la Chiesa per recuperare la gioia di annunciare il Vangelo a un mondo lacerato dal feticismo del denaro, dall’economia dello scarto («economia che uccide») e dalla globalizzazione dell’indifferenza. La conversione che il Papa vuole («sogno» è la parola che usa) è «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione» (n. 27). Non poteva essere più chiaro.
Mi sembra inevitabile sottolineare un aspetto del testo, cioè la sua continuità con le linee fondamentali del magistero dei Papi precedenti. Particolarmente significative sono le tre citazioni della Ecclesiam suam, come pure i vari riferimenti all’Evangelii nuntiandi. Altrettanto rilievo ha il fatto che cita in più di un’occasione il discorso con cui Giovanni xxiii inaugurò il concilio, dissentendo dai «profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio». Molto presenti sono pure i testi magisteriali di Giovanni Paolo ii e quelli di Benedetto xvi. Inoltre è stata vista come novità l’abbondanza di citazioni di documenti scritti dalle conferenze episcopali di Paesi come gli Stati Uniti, la Francia, il Brasile, le Filippine, l’India o il Congo, e anche di documenti collettivi dell’episcopato latinoamericano, con una particolare attenzione a quello conclusivo della conferenza di Aparecida. In un certo senso l’esortazione è un primo esercizio del munus docendi che questo Papa vuole condividere in modo più ampio con il collegio episcopale.
Non vorrei concludere senza sottolineare il carattere positivo e gioioso della Evangelii gaudium. Bergoglio è consapevole del suo atteggiamento, che contrasta in modo vivo con quello dei cristiani lamentosi, sconfitti, tristi, quaresimali più che pasquali, fatalisti: «In un campo spianato torna ad apparire la vita, ostinata e invincibile» (n. 276). Per lottare contro la vertigine che può provocare in noi la fiducia nell’invisibile azione di Dio, ci ricorda che «non c’è maggior libertà che quella di lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto, e permettere che egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove lui desidera. Egli sa bene ciò di cui c’è bisogno in ogni epoca e in ogni momento». Suggerimenti che, con la loro inseparabile dose di gioia, sono puro Vangelo.



(©L'Osservatore Romano 18 dicembre 2013)
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