Storie di conversione:  attraverso il suo personale itinerario uno scrittore e giornalista
racconta i sogni e le delusioni della generazione del Sessantotto

Il sabotaggio della speranza


di John Waters

Forse ogni generazione è destinata a commettere un reato contro quella successiva, sebbene la natura di questi reati sembri mutare nel tempo. Nelle nostre culture il rancore per i presunti errori commessi dalla generazione dei nostri padri più di 40 o 50 anni fa viene ampiamente alimentato. Questi presunti errori hanno avuto a che fare con l'imposizione di regole non spiegate correttamente, che quindi sono apparse arbitrarie e, in qualche modo, ricattatorie. Ad ascoltare le voci più altisonanti nelle nostre culture, si immagina che questi errori proseguano tutt'ora, quando invece, nella misura in cui ci sono stati, appartengono al passato. Oggi le generazioni che all'epoca si appropriarono del potere culturale attraverso la ribellione contro i vecchi guastafeste, scatenata dal desiderio di essere liberi, commettono un errore collegato, ma completamente diverso:  il rifiuto di essere sinceri sull'esperienza della libertà.
A quel tempo, negli anni Sessanta, la libertà era definita per un'intera generazione in termini che lasciavano capire che non era stata mai provata prima. Era stata provata molte volte certo, ma forse non da un'intera generazione contemporaneamente. La definizione era semplice:  la libertà è il diritto di fare ciò che si vuole. Secondo la logica di tale definizione solo la misantropia e i divieti si interponevano fra gli esseri umani e la perfetta soddisfazione.
La rivoluzione scaturita da quest'idea ha cambiato il mondo, ma senza modificare la natura umana. Ora gli esseri umani sono molto più liberi di quanto lo siano mai stati prima secondo questi criteri. Tuttavia non sono più felici, e forse lo sono di meno. Nonostante questo, la nostra cultura continua a tenere alta la fiaccola di questa idea di libertà, come se non fosse mai stata messa in discussione o confutata, trasmettendo ai giovani di oggi lo stesso messaggio sulla natura della libertà e condannandoli a entrare negli stessi vicoli ciechi.
Essenzialmente ciò accade perché coloro che quaranta anni fa sottrassero la loro libertà alle autorità dell'epoca hanno poi rifiutato di descrivere in maniera veritiera la natura delle loro esperienze. Quindi nelle nostre culture restano le stesse delusioni che, come trappole per orsi, attendono i giovani. Consideriamo qualcosa che accade tutti i giorni:  sei sull'autobus e ascolti la conversazione fra due giovani su come si sono ubriacati la sera precedente. Uno dice di aver bevuto 14 pinte di birra e di essersi sentito male. L'altro risponde di aver bevuto talmente tanto da svenire. Ridono fragorosamente. Uscendo per un attimo dalla mentalità diffusa, non è forse evidente che, oggettivamente, si tratta di un fenomeno strano? Due giovani sani che si vantano del danno che hanno inferto all'unico corpo che possiedono? Che cosa significa?
Perché si vantano in realtà? Perché hanno sperimentato ciò che intendono per libertà. Hanno sfidato alcuni aspetti di un divieto immaginato e hanno fatto qualcosa che viene disapprovato. Sono ribelli. Da giovane ho fatto questi discorsi molte volte. Nel mio libro Lapsed agnostic, pubblicato lo scorso anno, ho descritto le mie esperienze di libertà, ricorrendo all'esempio dell'alcol e cercando di essere sincero su quanto avevo vissuto.
Quando ne parlo mi chiedono perché sono così sincero e io rispondo "perché nessun altro lo è". Questa storia non è una confessione, ma la descrizione della scoperta dei limiti della mia umanità. Ho seguito la via consigliata verso la libertà finché ho raggiunto il precipizio della mia personale capacità di soddisfazione. Solo da lì sono riuscito a guardare, a distanza, la realtà assoluta alla quale ero strutturalmente legato.
Sono nato nel 1955, per cui ho più o meno l'età del rock 'n 'roll. Questo è importante per me perché sento di aver vissuto in un'epoca in cui stava accadendo qualcosa di coerente, qualcosa con un inizio, una metà, e, non così lontano nel tempo, una fine, una destinazione fantasma che prometteva la perfetta felicità.
L'elemento rock 'n' roll non è casuale:  dal punto di vista culturale e ideologico esprime il concetto di libertà approvato dall'umanità occidentale nel corso della mia vita. Il rock 'n' roll ha una sorta di aura di rivoluzione permanente, senza tempo, di sfida a tutto, inclusa la natura stessa. Quarantatré anni fa, il gruppo musicale inglese The Who, nel suo inno di rifiuto, cantava "spero di morire prima di diventare vecchio", trasmettendo la mentalità di quell'epoca di libertà.
La cosa importante era rimanere giovani perché da giovani era possibile evitare di affrontare la questione del significato ultimo. Il problema dell'aldilà non si poneva non solo perché, parlando relativamente, era lontano, ma anche perché la sua logica si frapponeva fra noi e il raggiungimento della felicità e della soddisfazione qui e ora. La giovinezza divenne il centro della cultura che abbiamo creato emergendo dalla rivoluzione degli anni Sessanta. Se ci si potesse autocongelare culturalmente in un determinato momento di tempo, non ci sarebbe bisogno di credere in null'altro che nella propria capacità di essere felici secondo il proprio concetto di felicità. A vent'anni, cinque anni sembravano un'eternità in cui divertirsi a infrangere tutte le regole imposte dai vecchi per ridurre la libertà. Morire non era tanto andare in un posto migliore, una questione che la cultura rimuoveva, ma risparmiarsi l'umiliazione del decadimento. Lo straordinario è che le generazioni entrate nella sfera pubblica fra la metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta e che oggi controllano le leve del potere nelle nostre società sono riuscite a perpetuare l'idea del rimanere giovani anche molto tempo dopo la fine della loro stessa giovinezza. Hanno creato una cultura in cui l'essere senza età è fondamentale, sebbene la delusione insita nel carattere di questa aspirazione sia ovvia e inevitabile.
Ho fatto parte di queste generazioni, crescendo al centro di questa cultura, profondamente immerso in essa come critico del rock e scrittore. Sto cominciando a trovare modi per descrivere in modo autentico questa esperienza, ma non è facile. Poiché la cultura era definita dall'etica della ribellione e la morale di tale ribellione era evidente per chiunque vi fosse implicato, è difficile descrivere cosa si è vissuto senza apparire come uno che ha cambiato posizione, ha tradito l'idea di libertà o semplicemente è impazzito. Tentare di descrivere la realtà al di fuori della campana di vetro della cultura significa assumere le sembianze di un traditore, divenire reazionario, il che viene subito attribuito di solito alla crisi di un uomo di mezz'età.
Forse è proprio così, ma questa crisi cosa può significare se non che il viaggio dell'essere umano sulla terra è definito, fra le altre cose, dalla scoperta graduale del paradosso definitivo:  la mortalità che apre la strada all'eternità? Ora sento che solo di recente ho cominciato a pensare a me stesso per quello che sono veramente e che, fino a poco tempo fa, la cultura cospirava insieme al mio desiderio di rendere razionale il mio sogno di libertà per impedirmi di parlare della verità su me stesso. Sento che, per la maggior parte della mia vita, la cultura è riuscita a bloccarmi o a dissuadermi dal percepire me stesso in maniera autentica. Poiché abbiamo creato una cultura che resta giovane anche se noi invecchiamo, una cultura che istilla in ognuno di noi un senso di alienazione a cui rispondiamo o ritirandoci nella vita privata oppure stando al gioco e cercando di non perdere la presa della giovinezza più a lungo possibile.
Questa cultura nasconde un significato centrale, ma nega di farlo. In tutto il suo sproloquiare di promesse non riesce a suggerire una meta ultima, ma, al contempo, sostiene la sua esistenza. La questione è rimossa non tanto nel dibattito formale delle nostre società, dove la questione dello scopo della vita dell'uomo è in un certo senso "coperta", ma proprio negli atomi stessi della cultura, negli assunti e nelle convenzioni che governano la realtà, in ciò che si trasmette con le parole, nelle ombre dei concetti che diamo per scontati nella vita quotidiana.
Si tratta di una cultura che sabota la speranza; la speranza è possibile, ma viene allontanata dallo sguardo l'unica fonte che esiste al di là della paccottiglia e delle emozioni offerte dal mercato. Una cultura formatasi in duemila anni sulla base della consapevolezza di Cristo è stata ridotta in quarant'anni a una cultura in cui la speranza è definita solo dalla prospettiva di qualcosa in più rispetto a ciò che già non è riuscita a soddisfare. La cultura ci dice con insistenza che se abbiamo vissuto di chiacchiere e sensazioni e non siamo soddisfatti è solo perché abbiamo fatto le cose in modo sbagliato. Non abbiamo indossato la paccottiglia nel modo giusto oppure non ci siamo esercitati abbastanza a vivere appieno le emozioni. È una questione di tecnica o di atteggiamento o, forse, di scarsi "aiuti chimici".
E, stranamente, non importa quante volte la nostra esperienza personale ci dice che queste promesse sono sospette, la forza del messaggio continua a convincerci che la causa dell'insoddisfazione è in qualcosa di non adeguato dentro di noi. Nei casi più estremi, gli abitanti insoddisfatti e quindi inadeguati del mondo del mercato vengono definiti vittime di patologie o di malattie. Sono depressi o tossicodipendenti o semplicemente disturbati.
Poiché le nostre società sono guidate da questi malintesi sulla libertà e noi temiamo che se le nostre illusioni venissero messe a nudo non avremmo più nulla per cui vivere, rifiutiamo di guardare all'orizzonte assoluto della realtà, che nelle nostre culture non è giunto a significare altro che l'orlo dell'abisso, a cui occasionalmente diamo una sbirciatina con la coda dell'occhio. Quando, di tanto in tanto, forse al funerale di un amico o davanti allo sfogo di disperazione di un altro, ci troviamo faccia a faccia con la realtà, distogliamo lo sguardo con terrore e sconcerto.
In questa cultura la fede è condannata ad avere la funzione di consolazione per quanti non sono all'altezza.
La mentalità diffusa rende impossibile abbracciare Cristo senza apparire, anche a se stessi, come qualcuno che si è arreso al sentimento e alla paura. E la stessa cultura religiosa spesso accetta di essere ridotta a questo concetto limitato. La parola "secolarizzazione" non è in grado di comunicare alle società moderne che cosa è accaduto. È una parola strana. Ha un significato ambiguo. Suggerisce un ritiro dal sacro, ma anche un rifiuto della religione organizzata. Viene utilizzata anche per descrivere il processo di separazione fra Stato e Chiesa. Tende a essere utilizzata in riferimento a un processo politico che usurpa il ruolo della fede e della religione nella società. Tuttavia, curiosamente, la stessa parola è usata sia da quanti approvano questo processo e lo guidano sia da quanti lo contrastano.
Ma è inadeguata a descrivere la situazione, la divisione tra mondo religioso e mondo materiale, e la scomparsa della consapevolezza che esiste una realtà "assoluta".
In effetti, le nostre società vengono costruite per celare alla vista la possibilità della coscienza di una dimensione infinita, eterna o assoluta:  riceviamo un nuovo soffitto che crea l'illusione che gli esseri umani possano funzionare entro uno spazio autodefinito e perfino autocreato.
Il concetto di secolarizzazione non fa nulla per metterci in guardia contro l'enormità di questo mutamento nella nostra cultura, significando semplicemente una liberazione dalle catene dell'autorità religiosa, cosa che è ambigua al massimo. Per descrivere quello che sta accadendo abbiamo bisogno di un'altra parola. Quella che mi è venuta in mente è "deassolutizzazione", che descrive un processo esistenziale e politico, l'esclusione di Cristo dalla cultura. Tuttavia, come per molti aspetti dei mutamenti culturali fondamentali che si stanno verificando, parliamo poco di questo fenomeno. I cristiani mettono continuamente in guardia contro le sue conseguenze, ma, in qualche modo, sembrano parlare di qualcosa che è preoccupante da un punto di vista solo istituzionale. Cristo è invocato nel contesto dell'autorità ecclesiale o almeno così sembra. Ad ascoltarli, le conseguenze della perdita di Cristo sembrano avere a che fare con la perdita di valori morali e forse con la perdita della possibilità di consolazione nelle prove e nelle sofferenze della vita.
Data la natura superficiale dell'esperienza educativa cristiana da parte delle nostre società, ciò appare come la perdita di qualcosa di opzionale e non di qualcosa che è centrale per l'esistenza. Dal momento che la dottrina cattolica ha evidenziato la morale rispetto ad altri aspetti della proposta cristiana, tutti i riferimenti a Cristo tendono a essere letti nelle nostre culture come ammonimenti contro la perdita del Suo amore a causa del peccato. L'idea che, nel perdere il contatto con Cristo, perdiamo qualcosa di fondamentale per la nostra natura umana, semplicemente non viene espressa. Può anche essere presente nell'intenzione di chi parla, ma non si comunica attraverso la nebbia della cultura.
La nostra idea culturale semplicemente non comprende il significato dell'amore di Cristo, che non è qualcosa di opzionale e sentimentale, un accessorio a scelta che si può abbandonare senza conseguenze immediate. L'idea che la persona e la presenza di Cristo incarnano qualcosa di vitale, qualcosa di indispensabile alla natura umana, qualcosa di non negoziabile all'interno della condizione umana, è talmente strana nelle nostre culture cristiane che molte persone che non hanno difficoltà a dirsi cristiane, in questi altri termini rimarrebbero scioccate da queste implicazioni.
È possibile aver sentito parlare di Cristo per tutta la vita ed esserci lasciati sfuggire questo aspetto? Sicuramente no. Perché nessuno ce lo ha detto prima? Le implicazioni di questo, di certo, hanno una portata ancor più vasta. Quello che suggerisce è infatti che il processo di deassolutizzazione stava verificandosi già prima di quella che chiamiamo secolarizzazione. Quest'ultima ha quindi trovato un terreno già fertile e ha potuto piantare i suoi semi senza molto sforzo. Ciò suggerisce che il messaggio cristiano stesso, come viene trasmesso in numerose nostre società cristiane, ha evidenziato molti elementi secondari e discorsi sull'essenza della proposta cristiana, ma non è riuscito a trasmettere alla cultura che il significato essenziale è che Cristo ci può liberare dai limiti della nostra umanità.
Se questo sembra ovvio ad alcuni lettori, posso assicurarvi che sembrerà oscuro alla maggior parte di essi. Le parole stesse con le quali questa idea viene espressa non riescono a trasmettere il suo significato perché sono ormai abusate, limitate e ridotte a sentimentalismo.
Le dichiarazioni sul significato di Cristo nella nostra cultura sono ascoltate solo da chi è già convinto ed è impossibile capire dalle loro risposte che cosa intendano precisamente.
A giudicare dalle parole che utilizzano per rispondere, pare che abbiano recepito soltanto l'idea sentimentale o l'idea autoritaria o l'idea morale o una delle idee superficiali che sono state "appiccicate" alle nostre culture nel nome di Cristo. Ma talvolta sembrano consapevoli dell'idea più sensazionale che sia mai stata espressa.
Nell'agosto scorso, in occasione del "Meeting per l'amicizia fra i popoli" di Rimini ho parlato sul tema "il cristianesimo non è una dottrina, ma un incontro". Quando ho cominciato a pensare a questo tema prima dell'intervento sono rimasto colpito dal fatto che, per me, Cristo è ancora un'idea e che, sebbene io abbia ora, dopo molti anni di ricerca, il desiderio di incontrarlo, non l'ho ancora veramente fatto. Ho conosciuto  molte  persone  che lo hanno incontrato o che mi hanno detto di averlo incontrato, ma sono ragionevolmente certo che per me rimane un'astrazione.
Ascoltando molte persone parlare di questo non mi ha convinto il contenuto letterale delle loro descrizioni ma il loro modo di vivere:  sono certo che hanno incontrato qualcosa di eccezionale. Non ho dubitato che avessero incontrato Cristo, ma non sono riuscito a trarre dai loro discorsi qualcosa capace di portarmi nel luogo dove lo avevano incontrato.
Era come se le parole cadessero in pezzi appena pronunciate e non potessero essere riassemblate nelle mie orecchie. Peggio ancora:  notavo in me stesso la tendenza a pretendere di comprendere quando invece non lo facevo, a imporre al mio comportamento una condivisione di quell'esperienza che di fatto restava per me misteriosa.
Da bambino ho ricevuto quella che immaginavo fosse una relazione profonda con Cristo. Crescendo nell'Irlanda degli anni Sessanta ero un bambino pio e devoto. Amavo Gesù oppure pensavo di amarlo. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Sarebbe stato impossibile non amare quell'essere perfetto, quel bel Gesù che era morto per salvarmi. Tuttavia, sulla soglia dell'età adulta, sedotto dalle libertà del mondo, gli ho voltato le spalle. Questo allontanamento è stato accompagnato da una grande carica emotiva, per lo più rabbia per gli abusi percepiti nella gestione del cristianesimo nella mia cultura, sebbene provassi anche altre emozioni. Ora mi colpisce che nemmeno una volta ho rivolto la mia rabbia alla persona di Gesù, nemmeno una volta gli ho rivolto un pensiero negativo, nemmeno una volta ho pensato di doverlo biasimare per qualcosa. È interessante perché non credo di essere l'unico.
Stranamente, sebbene le nostre culture abbiano voltato le spalle a Gesù, non l'hanno mai veramente rifiutato. Nonostante le numerose accuse contro la fede, la religione, la Chiesa e la Bibbia, nella nostra cultura nulla suggerisce che Gesù non sia stato un essere eccezionale. Questo è bizzarro e interessante.
È come se, sebbene l'impulso alla libertà ci abbia chiesto di allontanarci da Lui, l'abbiamo fatto con una certa riluttanza, un certo rimpianto. Infatti, se si tentasse di individuare l'emozione centrale che domina il nostro attuale rifiuto di Cristo, non si troverebbe rabbia o disprezzo, ma piuttosto qualcosa di simile alla vergogna. Ci vergogniamo di aver rifiutato Gesù, ma il nostro desiderio di libertà non sembrava offrirci alternativa perché Gesù era diventato inestricabilmente collegato alla precedente cultura di oppressione e negazione.
Capiamo o pensiamo di capire noi stessi fin troppo bene. Le nostre culture creano logiche chiuse ermeticamente che ci seducono con la loro simmetria. Le nostre idee autoreferenziali sulla nostra natura ci sembrano sempre più plausibili. Essendoci staccati da una coscienza assoluta della realtà, è difficile tornare a vedere noi stessi nella vecchia maniera, soprattutto perché non ce n' è un bisogno immediato e perché così facendo potremmo dover abbandonare certe idee sulla libertà. Il nome stesso di Gesù è stato contaminato da pregiudizi e timori che rendono impossibile pronunciarlo senza far suonare i campanelli di allarme che la cultura ha installato nelle nostre teste.
Cristo, dunque, viene reso periferico sia nel linguaggio sia nella realtà, anzi forse soprattutto nel linguaggio. Non viene completamente rifiutato, ma collocato in un limbo culturale, una figura alla quale associamo amore, consolazione e misericordia, ma nulla di concreto che ha a che fare con il presente.



(©L'Osservatore Romano 12-13 gennaio 2009)
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