Il rapporto tra realtà e fantasia nel romanzo manzoniano

Il mondo parallelo
dei Promessi sposi


di Franco Camisasca

Sembra ritornare l'interesse - articoli, dibattiti, polemiche - intorno al vecchio romanzo (si avvia a compiere due secoli) che in Italia tutti quasi dicono di conoscere, ma che pochi hanno letto con il dovuto atteggiamento critico, cioè non quello dello studente che deve subire un compito, ma quello del lettore che vuole lasciarsi coinvolgere da un racconto estremamente complesso.
Una delle pagine più interessanti de I promessi sposi è quella dedicata al padre di Lodovico, il mercante mai diventato nobile. Questa pagina (l'indizio che contiene e le verifiche successive) può aiutare a mettere in discussione recenti polemiche sulla falsificazione del cristianesimo nel romanzo o addirittura sul suo implicito messaggio nichilista.
Di che cosa si tratta? Del breve accenno al fatto che il vecchio mercante a un certo punto della sua vita smette di guardare la realtà così come se la trova davanti per inseguire fantasie:  "Cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo. Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far dimenticare ch'era stato mercante" (capitolo iv). L'inseguire fantasie non solo gli fa vivere male gli ultimi anni di vita, ma certamente non aiuta il giovane Lodovico ad affrontare serenamente gli inevitabili contrasti che anche la sua natura mal sopportava.
Fantasticare, invece di guardare la realtà, è un grave errore ottico; la prospettiva si sfuoca, la vita prende una traiettoria sbagliata perché si sovrappone a essa una sovrastruttura, che fa velo, diventa un ostacolo. Questo tema è ancor oggi un contributo importante del romanzo, che gli ha permesso di attraversare con successo diverse stagioni letterarie e culturali.
La dialettica tra realtà e fantasia o - in alcuni passi della narrazione - sogno si trova in modo ricorrente nel corso del romanzo. Ancora nella prima parte, in una tematica che potremmo definire educativa si può leggere anche la vicenda di Gertrude come causata da un tragico fantasticare. Al principe padre le sostanze "parevano" appena sufficienti per mantenere il decoro della famiglia, fatto che lo costringe a decidere la sorte dei figli indipendentemente dalla loro volontà. Anche la scelta del nome per la povera Gertrude serve per risvegliare "immediatamente l'idea del chiostro". Idee fantasiose che informano poi un metodo educativo terrificante, quello della reticenza; mai alla ragazza viene esplicitamente detto:  "Tu devi farti monaca".
Da parte di Gertrude il rapporto falsificato col reale crea in lei un mondo fittizio, quello che il narratore definisce "uno splendido ritiro". "S'era fatto, nella parte più riposta della mente, come uno splendido ritiro; ivi si rifugiava dagli oggetti presenti, ivi raccoglieva certi personaggi stranamente composti di confuse memorie della puerizia, di quel poco che poteva vedere del mondo esteriore, di ciò che aveva imparato dai discorsi delle compagne; si tratteneva con essi, parlava loro, e si rispondeva in loro nome; ivi dava ordini, e riceveva omaggi d'ogni genere. Di quando in quando, i pensieri della religione venivano a disturbare quelle feste brillanti e faticose. Ma la religione, come l'avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l'aveva ricevuta, non bandiva l'orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come l'altre" (capitolo ix). In queste, e in altre righe del capitolo successivo, Manzoni si mostra grande conoscitore dell'animo umano, specialmente nel delicato momento del passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza.
Anche la religione per Gertrude è una "larva", non aveva ricevuto una educazione religiosa che si potesse definire tale. Anche la religione, come la vita, le veniva proposta come una "formalità". Si pensi alla domanda ufficiale per essere ammessa al convento che viene presentata dal principe alla giovane appunto come una "formalità", una forma per coprire interessi, un fantasma. Difatti il dramma dell'"infelice" si trasforma nella tragedia della "sventurata".
Un rapporto corretto col reale porta invece a un cambiamento positivo, a una coscienza nuova di sé e della realtà. È ciò che capita - e in modo radicale solo a lui nel romanzo - a un personaggio che al suo primo comparire viene descritto come un "signore selvaggio", paragonato a un'aquila nel nido insanguinato, un uomo che ha sempre ritenuto di essere padrone di sé e della sua scellerataggine, senza mai ripensamenti. Un uomo solo, questa è la connotazione manzoniana di chi ha un rapporto problematico con il reale. Era solo don Abbondio; solo, se non fosse per i servi, don Rodrigo; sola, l'abbiamo detto, la monaca di Monza; solo, nella sua assoluta originalità, don Ferrante, per ricordarne alcuni.
A questo personaggio il narratore non vuole dare un nome:  forse perché un uomo che passa dalla morte alla vita, un uomo che si converte, che accetta il cambiamento di sé, non può sopportare di essere "nominato", in certo qual modo definito in uno schema. Non vi troviamo una allusione autobiografica? Anche a me che ho ritrovato la fede - sembra volerci dire lo scrittore - è capitato qualcosa di così grande a cui mancano parole adatte.
La grande possibilità della vita è il cambiamento, ciò che caratterizza la persona nella sua traiettoria autenticamente umana; quindi non voler dare un nome all'innominato significa suggerire come "innominabile" l'esperienza della conversione, indicarne una ultima misteriosa eccezionalità.
Dove comincia il cambiamento? Quando l'innominato si rende conto che la morte fa parte del reale; un nemico, la morte, che invece di renderlo più forte lo atterrisce perché si insinua inesorabilmente nella sua vita. Si rende conto che con essa deve fare i conti prima o poi; la morte è qualcosa di reale perché vero. La morte, non solo quella fisica, ma anche quella in senso metaforico, la possibilità di dare morte all'uomo vecchio per diventare un uomo nuovo. Questa timida ma netta percezione comincia a cambiarlo; la sua statura di combattente sempre indomito gli permette di accorgersi di quanto il sogno, l'immaginazione, le fantasie, che nel tempo si sono accumulate nella sua coscienza, abbiano velato il significato delle cose.
Il reale non sta nei nostri pensieri, ma nell'arrenderci a ciò che abbiamo davanti. Uno spalancarsi della ragione a nuovi orizzonti, nuovi perché già conosciuti ma, per l'innominato, sepolti fin dagli anni della fanciullezza nel fondo più remoto della coscienza. Le imprese del passato, che gli avevano riempito la vita, cominciano ad apparirgli totalmente vuote:  "Io posso diventare un altro, posso modificare la terribile solitudine in cui vivo". Ma questa scelta non avviene senza dramma, perché arrendersi all'evidenza del reale è una strada faticosa e, addirittura fisicamente, dolorosa. Di fronte all'insinuarsi della possibilità di cambiare, l'innominato decide di soddisfare l'impegno preso con don Rodrigo rapidamente, organizza il rapimento di Lucia, per potergli consegnare la ragazza al più presto; ma quando, poche ore dopo, vede arrivare la carrozza, vorrebbe liberarsene subito. Da questo momento il cambiamento procede quasi inesorabile:  accetta di non fare di quel gesto uno dei soliti atti di violenza; la carrozza con Lucia viene avanti "passo, passo, come un tradimento, che so io? come un gastigo". Quella carrozza che dall'alto del suo castellaccio sembra un giocattolo, gli genera "noia", perché porta con sé il "tradimento", il cambiamento del suo passato. L'innominato si accorge di non dominare, di non possedere più - come accadeva nelle sue azioni precedenti - il controllo e il significato di quanto gli sta accadendo. La carrozza viene avanti "col passo della morte", la circostanza lo induce a usare parole perdute da tempo nel suo vocabolario:  "Falle coraggio!" dice alla vecchia che manda in aiuto a Lucia. Compie gesti inusuali per lui:  si ritira e si mette a "camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso", non senza aver alzato lo sguardo al sole e alle nuvole diventate "quasi a un tratto, di fuoco". Il narratore ci profetizza la nottata che sta per venire:  pochi momenti dopo, di fronte al Nibbio che gli parla di "compassione", non può far tacere il "comando di una voce segreta" e decide di vedere Lucia. Accettare la voce segreta, questo ulteriore e decisivo passo gli consente di conoscere Lucia. Già il solo gesto è paradossale per lui, solito a intrattenersi con persone del suo rango e non certamente con le vittime della sua violenza, come, in questo caso, una ragazza qualsiasi. Ma qui l'innominato non è già più lui, l'uomo vecchio sta cedendo il passo a quello nuovo.
E così davanti a lei e alle sue parole resta frastornato, non riesce neppure ad appoggiarsi al pensiero della vendetta; Lucia parla di morte, di Dio, di essere una povera "creatura", di misericordia; parole e realtà che egli non può padroneggiare, anzi che lo turbano e che teme. Esce, anzi "scappa" da lei "stupito" da quanto gli sta accadendo. Nella notte le parole di Lucia gli tornano con "un suono pieno d'autorità, e che insieme induceva una lontana speranza":  il cambiamento porta con sé una certezza anche pur timida, occorre confermarla. È quanto accadrà all'innominato nell'incontro con Federigo Borromeo. E l'innominato diventerà "caritatevole", non buono come potrebbe arguire un lettore sprovveduto; forse anche per questo motivo è ancor difficile accettare che il romanzo non sia semplicemente una favola buonista, ma una metafora della vita come esperienza del perdono e della misericordia, il dramma della Grazia, perché il gratuito di Dio implica il dramma della libertà che lo accetti.



(©L'Osservatore Romano 7 marzo 2009)
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