Il secondo e il terzo volume degli «Scritti e discorsi politici» dello statista trentino

Alcide De Gasperi
La politica come missione


di Andrea Possieri

L'elaborazione storica della figura di Alcide De Gasperi, così come la celebrazione della memoria dello statista trentino, è sotto molti aspetti un caso di scuola. Quello che è oggi riconosciuto, con larghissimo consenso, come uno dei più importanti uomini politici dell'Italia repubblicana, il cui nome disegna una fase, seppur piccola ma decisiva, della nostra storia politica, è stato per lunghi anni sospeso in un limbo della memoria, seminascosto nei volumi di testimonianze d'epoca e rimosso dalla storiografia accademica. Stretto tra l'immagine di "uomo concreto" cucitagli addosso da alcuni compagni, nonché avversari di partito, e quella di "restauratore" e "conservatore" elaborata dalla storiografia marxista - celeberrimo e asperrimo il giudizio di Palmiro Togliatti nel 1955 - Alcide De Gasperi è stato per lungo tempo ai margini del vissuto storico italiano.
Una rimozione solo in parte superata dalle ricerche storiche degli ultimi anni. Basti pensare che la prima biografia scientifica completa del politico di Pieve Tesino è stata pubblicata solamente nel 2006 per mano di Piero Craveri. Per questi motivi non si può non guardare con interesse alla pubblicazione del secondo e del terzo volume degli Scritti e discorsi politici di Alcide De Gasperi curati, rispettivamente, da Mariapia Bigaran e Maurizio Cau con un saggio introduttivo di Giorgio Vecchio, e da Vera Capperucci e Sara Lorenzini con un saggio introduttivo di Guido Formigoni (Il Mulino, 2008).
Pubblico e privato si fondono e si sovrappongono, nelle lettere e negli scritti, creando un amalgama perfetto in cui si possono ricostruire i dubbi e le ansie, i pensieri e le speranze dell'uomo e del credente prima che del politico. L'immagine che ne scaturisce non è dunque riassumibile nella rappresentazione consueta dell'uomo totus politicus. Tutt'altro. Le lettere ci mostrano un De Gasperi ben lontano da certe immagini convenzionali di uomo rigido e freddo, persino altero. Lo statista trentino è invece infiammato dal fuoco della passione verso l'amata, si definisce "innamorato cotto", parla del proprio amore come di un "torrente impetuoso", un "incendio che tutto arde e consuma" e vuol stringere a sé Francesca "come un dolce giunco all'albero della sua esistenza". E allo stesso tempo è infervorato dalla passione politica e civile, concepita come una vera e propria missione, come quando scrive a sua moglie Francesca nell'agosto del 1927:  "Ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione, come dilettanti, ed altri che la considerano, e tale è per loro, come un accessorio di secondarissima importanza. Ma per me, fin da ragazzo, era la mia carriera o meglio la mia missione".
La politica come missione è, infatti, un leit-motiv ricorrente della biografia degasperiana. Al primo congresso della Democrazia cristiana (Dc), nell'aprile del 1946, lo statista trentino pronunciò un appassionato discorso che, letto oggi, a distanza di più di sessanta anni, evidenzia il temperamento politico e la cifra morale di Alcide De Gasperi:  "Avrei un desiderio, una passione sola, che morirà con me, ed è questa:  di lavorare nei miei ultimi anni nel partito come gregario, come propagandista, come giornalista, e di tenere sempre alta la bandiera di cui per tutta la vita sono stato e di cui sono così fiero. Domanderò di rientrare nei ranghi perché è il mio solo personale desiderio, e perché preferisco al posto di presidente del Consiglio un posto donde si possa lavorare sulle menti degli uomini più che sulla burocrazia e sull'amministrazione, e preferisco un posto donde si possono lanciare le idee e illuminare le menti. Se non sarà oggi, sarà domani, ma voglio che non ci si dimentichi di questa mia preghiera che vi faccio, di poter servire ancora il mio partito anche quando non potrò servire direttamente il mio Paese, per dar prova che non si invecchia mai quando si è giovani nelle idee e si è giovani nel cuore".
Alcide De Gasperi non incarna certamente l'archetipo dell'eroe romantico che cerca la bella morte per affermare un ideale o un'ideologia, né ricalca la figura del politico intellettuale affannato nella costruzione di una dottrina redentrice. "Non chiudo nel petto un animo d'eroe né mi illumina la luce interiore d'un santo", scrisse all'amico trentino Giovanni Ciccolini nel 1927. Alcide De Gasperi è stato, piuttosto, un "politico di professione", secondo la felice definizione di Paolo Pombeni, e, prima di tutto, un credente il cui approccio alla Bibbia, come è stato scritto, non è mai stato puramente devozionale o pietistico. La fede era riposta nel Salvatore, la politica era una missione laica. L'una ispirava l'altra senza sovrapporsi, con passione e inquietudine, e, soprattutto, senza compromessi.
Durante il regime fascista, estromesso dalla vita pubblica, lontano dal proprio nucleo familiare, abbandonato dagli amici e dai compagni di lotta politica di un tempo, il politico di Pieve Tesino trova nella meditazione e nella preghiera quei varchi di libertà che il regime gli ha negato. Dopo "una rapida toeletta", si poneva in meditazione sulla Bibbia, poi veniva il tempo del pranzo, del riposo, della lettura dell'inglese, della traduzione dal latino dei salmi e ancora della meditazione sulle Confessioni di sant'Agostino, prima di infilarsi a letto alle sette e mezzo di sera, concludendo la giornata con la recita del rosario. Persino l'esperienza del carcere, nella solitudine della cella di Regina Coeli, si trasforma in un momento fondamentale della ricostruzione della sua vita interiore. Così scriveva in una lettera alla moglie Francesca del 18 giugno 1928:  "Dapprincipio il centro ero io e tutto il resto si trovava sulla circonferenza:  Dio, la famiglia, gli amici. Poi, lentamente, faticosamente, gemendo e sospirando sotto la pressura dell'esperienza, il centro si spostò:  al centro stava ora Dio ed io mi trovavo sulla periferia, col resto del mondo; un pulviscolo in un vortice inesplorabile. Mi provai allora a spiegare gli avvenimenti dal Suo punto di vista".
Con la caduta del fascismo, per Alcide De Gasperi viene il momento della riscossa e della consacrazione politica. Gli anni che vanno dal 1943 al 1948, scrive Guido Formigoni, rappresentarono per De Gasperi "la stagione decisiva che consacrò il politico trentino alla statura di uomo politico decisivo e vincente nella complessa transizione italiana fuori dal fascismo". Dopo le sconfitte, la marginalizzazione e le umiliazioni imposte dal fascismo la leadership degasperiana emerge al centro del sistema politico italiano e con essa anche il suo modo di essere democratico e cristiano.
Per De Gasperi, infatti, il riferimento alla tradizione del pensiero del cattolicesimo sociale non implicava una dipendenza dall'autorità religiosa. Anzi, riprendendo le fila di una riflessione su cui si era soffermato sin da giovane, prendeva a modello i cattolici tedeschi obbedienti al papato in materia religiosa ma assolutamente autonomi in politica. Infatti, come han ben evidenziato Vera Capperucci, quello di De Gasperi voleva essere il partito dei cattolici, in cui i cattolici dovevano essere una sorta di "valore aggiunto", fortemente intriso dei valori e degli insegnamenti del messaggio evangelico, ma "laico" nello svolgimento della sua missione politica. Un partito, dunque, che nel suo equilibrio al centro, "realizzava un disegno interclassista, cristiano ma non confessionale" in grado di fronteggiare l'opposizione delle destre così come delle sinistre, al fine di consolidare le fragili basi del sistema democratico.
Un'attenta lettura degli scritti politici, inoltre, permette di fare luce anche su alcuni giudizi politici che si sono sedimentati nel corso degli anni fino a diventare dei luoghi comuni. Nel discorso di replica che, in qualità di segretario, De Gasperi tenne al consiglio nazionale della Democrazia cristiana il 1° agosto 1945, per esempio, emergeva quell'immagine della Dc come un "partito di centro che si muove verso sinistra" che avrebbe poi avuto una fortuna duratura e, soprattutto, avrebbe dato luogo a equivoci e a usi politici di lungo corso. "Noi ci siamo definiti - afferma De Gasperi - partito di centro che muove verso sinistra e sappiamo che in tale posizione possiamo trovarci vicini a molte altre forze politiche, dalle quali ci differenzia una cura connaturata degli interessi spirituali e cristiani". E poi aggiungeva:  "La Democrazia cristiana è al lavoro in un'unità di vedute, protesa verso quelle mete che, socialmente, si definiscono di sinistra, ma nell'ansia tormentata di salvare al Paese la sua libertà; libertà civile, legale, morale".
Quella celebre formula politica, "un partito di centro che muove verso sinistra", va dunque collocata nella complessa stagione dell'immediato secondo dopoguerra e non sta a indicare ipotesi di alleanze politiche future ma mira, piuttosto, alla ricerca di una legittimazione antifascista e riformatrice.



(©L'Osservatore Romano 29 marzo 2009)
[Index] [Top][Home]